Milano, alla Triennale “The Andy Warhol Show”

“Personaggio eclettico, sin dai suoi esordi Andy Warhol è considerato un emblema della cultura americana anni sessanta e settanta. Pittore, fotografo, cineasta, scrittore ( filosofo e sociologo) promoter di gruppi musicali e teatrali, editore, animatore della vita newyorkese, ma soprattutto grande comunicatore, Warhol creando la factory inventò la corporation dell’artista, il sistema di lavoro della collaboration. Dietro la facciata delle immagini e dietro la superficie della pittura, Warhol afferma un’estetica basata sulla comunicazione e sulla collaborazione tra lui e quanti gli sono stati vicino. Un precursore del concetto classico di advertising, un innovatore, un genio”

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Questa è senza dubbio una concisa e generica rappresentazione di Warhol. Warhol è molto di più. E’ un barattolo di vernice vuoto, trafugato dai suoi colori, che in maniera perfettamente equilibrata con se stessa si rappresenta. E’ il vuoto della propria espressività fisica, sempre assolutamente uguale a se stessa. Mai capace di svelare un qual che minimo sentore di gioia , di imbarazzo, di paura, di certezza. Andy non ride mai. Non ci sono immagini che lo ritraggono nel suo protagonismo, né nella sua eccentricità sessuale. Eppure al di là di quegli occhiali e dei capelli sparati si generavano continue intuizioni di modernità, tentativi riusciti di avanguardia, punti di riferimento per ogni prossimo passo dell’avvenire. Warhol forse non lo sapeva ma la strada che stava segnando era il cammino sul quale adesso pone le sue fondamenta la pubblicità , la grafica moderna, la pop art, la commistione di generi e stili, il concetto moderno di “comunicazione”. Adesso tutti si credono “creativi”, per alcuni basta essere capaci ad usare un computer, per altri un foglio di carta che lo attesta, c’è chi crede di essere creativo anche nel fare un parcheggio. La creatività è in bocca a tutti , anche in bocca di quella Signora che in bocca è brava a tenerci non solo quello…cagate da giustificazione post traumatica , la creatività è l’obbligo all’indipendenza dai propri traumi, è saperci vivere serenamente con quelli, è l’istinto di un momento, è la convinzione che non ci sia bisogno di alcuna giustificazione reale…questo Andy Warhol lo sapeva bene, e lo metteva in pratica nel continuo ed evolutivo tentativo di essere tutti i giorni se stesso.
Uscire dalla mostra di Andy Warhol ti lascia un senso di inadeguatezza, di incapacità a comprendere davvero che al di là di ogni singolo sguardo ci può essere un mondo che si muove, si genera, muta, muore, e che non si ha mai la concreta possibilità di comprenderlo. Il genio si può solo ammirare. Andy Warhol non rideva mai.