Io sto qua, a guardare
le ginestre che crescono tra pozzanghere profonde.
La fantasia riesce a riempire un pulmino vuoto con milioni
di girasole in erba.
Si parte, sul rosa di mura in città.
Sulle tegole dove brucia il sole.
Centrati nell’arcobaleno, in un arcobaleno, in un nido di
rondine.
Se guardi giù, c’è il campo sportivo dove crescevano
amici quei due sei anni.
E’ stato il temporale ad allontanare le nuvole, quando se
ne và.
Non avevo mai visto l’arcobaleno, né un lampione accendersi
in pieno giorno, inutilmente.
C’è un sasso, un sorriso sulla fronte.
Maledetta fantasia.
Faticano le note, quando cadono le foglie. Respirano, se c’è
il sole. Ma sono solo note. Io sto qua. Oggi, perché
oggi.
La solitudine, la solitudine, che se ne và.
Chi vedo dalla finestra non sono io. E’ la mia città.
Dopo il finale ci rimangono solo i titoli di coda, per chi
vuole vederli.
Una finestra altissima, provo a gettare la scala o le coperte
per strada. Salirà il bacio non dato. L’ordine dopo
il disordine, il caso dopo l’utopia.
Prendo la matita sul muro di cucina , quella nuova. A te Guendalina,
l’ultima parola.
Con il sole del mio sangue, non è rosa. Né rose.
Senza senso. Né sesso.
Sul letto di fiumi che parlano ancora al poeta che scrive
per te.
Versava il muro.
Non è rosa il mio sangue è rosso. Guendalina,
scritto su un muro, di rosso, rosso sangue.
Rosa, rosso sangue. |