"Ambra: Sa cosa prova una donna tradita"
Ferzan Ozpetek l'aveva guardata e presa. Gli era bastato osservarla a distanza per decidere che era giusta per la parte di Roberta, la ragazza fragile e spudorata, introversa e sensuale di Saturno contro. Ovvero il film di esordio di Ambra Angiolini, 30 anni, un compagno, il musicista Francesco Renga, due figli - Jolanda, 4 anni a gennaio, e Leonardo, nato a maggio del 2006 - e una lunga lista di cose che è ancora o che ha smesso di essere: Lolita con l'auricolare di Non è la Rai, presentatrice con il microfono di Generazione X e del Dopo Festival di Sanremo, deejay radiofonica, cantante in playback e dal vivo, attrice di fiction e al cinema. Anche Cristina Comencini l'ha vista e presa nel suo nuovo film, Bianco e nero (che uscirà l'11 gennaio). Il ruolo è quella di Elena, mamma di Giovanna e moglie - tradita - di Carlo (Fabio Volo). «L'intrombabile Elena», la chiama Ambra, «una donna sciatta, rigida, priva di ironia. Un personaggio così lontano da me, che ho fatto fatica a entrare nei suoi vestiti. Lei e suo marito sono l'equivalente di una Coca-Cola sgasata». Sarà anche per questo che lui si innamora della moglie senegalese di un collega di lei, Nadine, interpretata da Aissa Maiga.
Prima Roberta e poi Elena: com'è possibile? Il fatto è che Ambra ha entrambe quelle facce lì. Dentro, infatti, è ancora la sbruffona che non dice più «sono mitica» come quando aveva 15 anni, perché ne ha 15 di più, ma, soprattutto, perché non lo pensava neppure allora: troppo fragile, contorta, incapace, al di là delle pose, di vivere con leggerezza, una che le corna «più che farle, le hanno messe a me». Nella vita le due parti si sono amalgamate. Al cinema puoi ancora tirarle fuori una alla volta.

Più tradita che traditrice?
«Siccome non mi è facile provare desiderio nei confronti degli uomini, è sempre successo che a guardarsi intorno fossero prima gli altri».
È successo spesso?
«Abbastanza».
E ha sofferto?
«Più che l'immagine di lui con un'altra, mi feriva l'idea di aver superato le difficoltà che avevo nell'aprirmi, e di ritrovarmi di nuovo senza sicurezze».
Eppure lei ha detto più volte di considerare il tradimento accettabile.
«Se fatto con eleganza, sì. Ovvero: devi saper gestire la situazione, sforzarti di non farmene accorgere. A queste condizioni, ci può stare in una storia lunga, fatta di fasi diverse: la "cecità", all'inizio, poi la convivenza, il periodo "non ti sopporto". In passato ho buttato via giornate a cercare indizi, una roba alla CSI. Poi, mi sono detta: "Ma quanto tempo sto sprecando?"».
Mi racconti le sue tecniche di investigazione.
«In realtà, io me ne accorgo dai gesti, dagli sguardi. Limbarazzo lo percepisco al volo. Francesco dice che sono una stregaccia».
Prima capisce e poi cerca le prove?
«Come le dicevo, non più. Una volta ero bravissima: riuscivo a trovare codici segreti, pin di cellulari. Il finale era sempre lo stesso: una scenata e poi un taglio netto».
Non mi dirà che ha smesso solo per non «sprecare tempo».
«Ho cominciato ad avere fiducia in me, invece di cercare conferme nell'altro. Ho capito che l'unica cosa che posso davvero controllare è quello che faccio io, e che le risposte di cui ho bisogno posso averle dando io, per prima, un segnale. Lavoro su di me, non cerco più di cambiare chi mi è vicino».
Quindi niente più scenate?
«Ogni tanto gliene faccio una, magari solo con la scusa di una tazza fuori posto. Altrimenti si preoccupa, dice che non lo amo più come prima».
Mi spieghi come fa.
«Urlo, piango, sbatto contro le porte. Il tutto dura una mezz'ora perché è faticosissimo. Forse fa persino dimagrire».
Ma momenti davvero difficili ne avete avuti?
«La fatica in un rapporto è legata per lo più alla quotidianità. Un giorno ti svegli stanco, o di umore storto, e ti pesa il fatto che le tue giornate comincino e finiscano sempre allo stesso modo. Altre volte, le crisi sono nate dalle sue evasioni».
Evasioni in che senso?
«Di testa. Spesso Francesco è seduto lì, ma non c'è. È il tipo che se gli dici: "Senti, ti devo parlare", si mette il giubbotto - di Armani - e va via. Ho
imparato ad accettarlo: se comunicare con lui significa rincorrerlo mentre si arriccia i capelli, pensa e guarda l'infinito, va bene così».
Un tipo volatile.
«Lui è aria, la parte più passionale, creativa, tenera del nostro rapporto. Io sono terra, la parte pratica, che riporta l'ordine. Francesco, per esempio, è di manica larga, con se stesso e con gli altri: compra regali pazzeschi».
Lei no.
«Viene da una famiglia umile, suo papa ha lavorato tanto, come il mio del resto. La differenza è che lui adesso vuole "respirare", io, invece, al denaro ci sto attenta. Per prendermi in giro, mi chiama "braccetto", ma non sono tirchia. Ho paura che i miei figli diventino megalomani. Casa nostra è come Medjugorje: arriva la gente e porta i doni. Io faccio sparire tutto negli armadi. A Natale non ho mai avuto la soddisfazione di fare un regalo a mia figlia, perché ha già tutto. Io, se spendo, lo faccio per qualcosa che abbia un'utilità di fondo. Devo trovare una giustificazione al denaro, al benessere. In questo sono un po' come la Elena del film».
I primi soldi che ha guadagnato con la Tv come li ha spesi?
«Ho comprato un appartamento di 70 metri quadrati, in una zona di Roma abbastanza periferica. Niente di che, però corrispondeva alla casa che avevo sempre sognato, con la camera da letto sul soppalco. Andai a viverci con un mio fidanzato, un ragazzo napoletano che ho amato tantissimo».
Francesco Forni? Il musicista?
«Lui. La mia prima convivenza e il mio primo rapporto vero. Fino a 19 anni le mie storie non erano durate più di qualche mese. Ci siamo incontrati in una sala di incisione (ai tempi Ambra cantava, ndr), suonava la chitarra. Mi aprì un mondo meno superficiale di quello che avevo conosciuto fino ad allora: andavamo ai concerti, a vedere rassegne di cinema polacco... Di Francesco mi piaceva tutto. Anche sua madre: era vice provveditore agli studi, scrittrice, una donna colta, affascinante. Mi parlava di Dacia Maraini e Virginia Woolf, mi ha fatto leggere libri stupendi. Forse ancora più di lui, amavo sua madre».
Quella donna l'ha segnata.
«Anche suo figlio, ma in modo diverso. Con lui fu un disastro».
Perché?
«Lo mettevo continuamente alla prova per placare le mie insicurezze. Finché un giorno mi ha detto che voleva prendersi una pausa e io, che avevo solo 22 anni, ma ero già una vecchia volpe, ho capito come sarebbe andata a finire».
Come?
«Nel modo più stupido. Mi ero convinta che avesse un'altra. Non so se fosse vero, sta di fatto che, nel giro di un'ora, ha fatto le valigie e se n'è andato. Non l'ho mai più visto».
In mezzo ai due Franceschi che cosa è successo? Intendo, sentimentalmente.
«Pochissimo. La nostra storia era l'unico punto fermo che avevo. Senza, sono crollata. Stavo cambiando, il mio corpo e la mia mente erano in piena evoluzione, dovevo capire: chi stavo diventando? Come potevo lasciarmi andare con un uomo? Chiunque tentasse un approccio leggerino, del tipo "facciamoci una storiella", scappava dopo due giorni. Dietro un aspetto femminile, ero rigida, un carabiniere».
In che modo li faceva fuggire?
«Un momento ero tutta bacini e abbracci, un momento dopo ti guardavo truce e di dicevo di togliermi la mano dalla spalla. Una matta vera».
Mi riesce difficile pensare che tra i 22 e i 25 anni lei abbia vissuto in castità.
«Mi innamoravo platonicamente di uomini irraggiungibili, nel senso che erano più grandi di me, e davanti a loro mi vedevo sbagliata, grezza. Immaginavo quello che avrei detto, che non era neppure quello che avrei voluto dire, e pensavo: "Mi prenderà per cretina". Me ne stavo lì e aspettavo. Attendevo un invito, senza essere invitante»
Davvero niente sesso?
«Se ti chiudi come avevo fatto io, non riesci neppure a girare in mutande da sola per casa: ti vedi e pensi che non va. Poi, ringraziando il Signore, è arrivato Francesco. Quando l'ho conosciuto avevo ancora le stimmate, le cicatrici addosso».
Francesco, intendo Renga, le ha fatto fare pace con se stessa?
«Prima di metterci insieme, per due anni siamo stati solo amici. Eppure, già allora, mi sono resa conto che stavo cominciando a "guarire". Per la prima volta nella mia vita, avevo trovato una persona che mi faceva sentire utile, bella, intelligente, sicura di me. Facevamo lunghe chiacchierate per telefono, poi lui ha cominciato a scrivermi lettere».
Dica la verità: vi piacevate fin dall'inizio.
«La nostra era un'amicizia speciale, ma niente di più. Scoprire che avevamo voglia di darci un bacio è stato uno choc. Ci sembrava stonato».
Come è successo?
«In maniera abbastanza "grezza". Eravamo a casa di amici, lui usciva dal bagno, io ero andata a prendere le gomme da masticare nella borsa, ci siamo incrociati, boom, buio. Subito dopo, da parte di entrambi, c'è stato un grande imbarazzo. Prima di rivederci sono passati due o tre mesi».
Durante i quali non vi siete detti niente?
«Messaggi confusi. Si è creata una sorta di freddezza, dicevamo "dobbiamo vederci", poi gli davo buca, avevo paura, capivo che mi stavo innamorando.
Quando ci siamo rivisti, all'inizio, facevamo in modo di essere sempre in compagnia di altre persone».
Il secondo bacio, quello della «riconciliazione», se lo ricorda?
«A cena, a casa mia. Molto faticoso per entrambi».
Faticoso?
«Be', capisci che sta iniziando un rapporto e non vuoi rovinare tutto come hai fatto in passato».
E poi?
«Tre mesi dopo ero incinta».
Immagino che anche la maternità sia stata un cambiamento notevole.
«All'inizio è stato drammatico: era qualcosa che non potevo controllare, mentre io avrei voluto guardare dentro le mie budella. Poi, per la prima volta, ho sentito che la testa andava in vacanza, e che iniziavo a vivere con leggerezza».
Arriva la frutta che Ambra ha chiesto per pranzo. Durante i pochi minuti di pausa, le ricordo che, dieci anni fa, in questi stessi giorni, era impegnata sul palco di Tour 1997: era il periodo di Ambra-cantante. «Di bello», dice lei, «ci fu solo che viaggiai tantissimo, in posti che altrimenti non avrei mai visto». In Sud America, per esempio, dove aveva molti fan, un po' come Raffaella Carrà prima di lei. E sempre come la Raffa, anche Ambra è stata ed è tuttora un idolo per la comunità gay.
Quando si è accorta di essere un'icona gay?
«Fin dall'inizio di Non è la Rai: i miei fan club, in pratica, erano succursali di Muccassassina (storico locale gay di Roma, ndr). Qualche anno dopo, cominciai a fare volontariato al circolo Mario Mieli di Roma. Ho conosciuto storie terribili: ragazzini cacciati di casa solo perché omosessuali».
Ha mai pensato di poter avere una storia con una donna?
«Non ho mai escluso la possibilità, ma un coinvolgimento chimico con una donna non l'ho mai provato. Eppure i complimenti più espliciti li ho ricevuti proprio da loro. Ce ne sono state alcune che, per me, avrebbero fatto follie».
Neanche un bacio? Intendo vero, non come quello dimostrativo che si scambiò con Jane Alexander al Gay Pride del 2002.
«Da ragazzine lo facevamo sempre, ma solo per gioco, per fare le civette davanti ai ragazzi».
Con Francesco, il suo compagno, pensa che sarà per sempre?
«L'amore eterno non riesco a immaginarlo. Ogni tanto penso ai miei genitori che stanno insieme da più di 40 anni. Ho memoria di momenti difficili, mia madre che piangeva, la faccia tesa di mio padre, poi l'immagine di loro che tornano a dormire insieme, l'atmosfera di nuovo serena di certi Natali».
Che cos'è la costruzione di un amore?
«Non è una casa, non sono i figli. È qualcosa di molto meno rassicurante: il non voler sapere più di tanto, le distanze che, per noi che viviamo a Brescia, sono più facili da mantenere, perché ogni volta che vai via devi "staccare" da casa, almeno per due giorni. Insomma, l'aria in mezzo».
A quello ci pensa l'inafferrabile Renga. E lei?
«Oggi mi sento come la pulsatilla, il fiore del vento. Nasce in alta montagna, in condizioni difficilissime. Sopravvive perché si piega, non è rigida. Non lo è più».
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