"Il brand è mio e lo gestisco io"

Cynthia Ann Crawford è stata la protagonista di almeno una conversazione nella vita di ciascuno di noi. Maschi e femmine. D'accordo, è stata la top model per eccellenza, ma ancor di più ha incarnato un modello assoluto, una sorta di termine di paragone ideale, il grado massimo dentro a un'ipotetica scala Celsius della bellezza. Nell'immaginario popolare, era Cindy la donna con cui si doveva fuggire sull'isola deserta; nelle aspettative femminili, era Cindy cui si doveva aspirare per conseguire il totale asservimento del maschio. A renderla immortale ci pensò un'imperfezione: un neo sopra le labbra che a inizio carriera i photo editors, si ostinavano a cancellare dalle copertine. Non avevano capito niente.
La prima sensazione è che tutto ciò, oggi, a Cindy Crawford non importi un granché. C'è in lei ancora qualcosa della ragazzetta cresciuta nel rurale Illinois, "scoperta" mentre lavorava in un campo di mais. È una parte di Cindy concreta, realista, una diffidente ruvidezza che è sempre rimasta al comando delle emozioni. Mi dice subito: «Se avessi fatto caso all'effetto che esercitavo sugli altri, forse non sarei arrivata dove sono arrivata».
Siamo dunque amanti respinti, com'era logico. E la sofferenza aumenta la nostra passione per questa icona moderna che, a quasi 42 anni di età, continua a essere un modello di riferimento. Da oggetto di pulsioni incoffessabili a ideale di madre e di moglie. Cambiano le stagioni, le prime rughe annunciano sprazzi di malinconia, ma lei resta sempre e comunque Cindy Crawford.
Con Naomi (Campbell), Claudia (Schiffer), Linda (Evangelista) ed Elle (McPherson) ha stabilito alcune regole universali tuttora in vigore.



Dopo la sua apparizione, Cindy, nulla è stato più come prima. E la cosa più irritante è che questa rivoluzione non sembra esserle costata neppure il minimo sforzo. Noi la adoravamo, e lei neanche se ne accorgeva...
«Non ho mai considerato la bellezza una cosa importante. Se ancora oggi sono famosa e molto impegnata, con un sacco di progetti che riguardano la mia immagine, è solo perché ho lavorato sulla bellezza interiore. Sono molto felice della mia vita, ho un marito che amo, ho due figli che mi danno grandi soddisfazioni. Negli ultimi vent'anni ho raggiunto tutti gli obiettivi che mi ero prefissata, e questo è il mio vero segreto di bellezza. Se oggi Cindy Crawford è un brand, è soprattutto grazie alla Cindy Crawford autentica, quella che si sveglia ogni mattina col sorriso sulle labbra e vive una vita molto discreta e misurata».

Come dire: per essere felici fatevi una famiglia e andate a letto presto la sera?

«Non dico questo. Ciascuno ha diritto a trovare la felicità nel modo che meglio crede. Per me funziona così. Non ho mai pensato che per realizzarmi dovessi per forza incarnare il modello di donna dei desideri».

Però negli anni Novanta lei era in cima al mondo. Praticamente invincibile. Cosa le rimane dentro di quel periodo formidabile?
«Mi rimangono bei ricordi, ma non ho mai pensato di essere invincibile. Forse perché non sono mai stata troppo a mio agio in quell'ambiente. In cuor mio pensavo di volere un figlio, una famiglia, e quindi tutta quella frenesia mi lasciava indifferente. Volevo lavorare, e poi tornare a casa il prima possibile».

Qualche pazzia se la sarà pur concessa...

«La deluderò. Io ero sempre la prima che andava a dormire. Lo chieda alle mie colleghe, se non ci crede. Personalmente, non ho mai fatto nulla che dovesse compiacere il fashion business. Sono sempre stata me stessa. Le "follie", come dice lei, le faccio adesso con mio marito. Magari può trovarmi a St. Tropez, a ballare sui tavoli fino all'alba. Ma questo succede oggi, non allora. Con mio marito che mi copre le spalle»

Neppure una debolezza? Ha presente lo stato di grazia in cui tutto sembra possibile?
«Be', quando Gianni Versace ci radunò per la sua sfilata fu davvero un momento speciale. E anche il video di George Michael, Freedom, si trasformò in qualcosa di veramente unico, Era molto, molto eccitante, ma non ho mai pensato che quello fosse il biglietto per il paradiso».



Essere scoperta in un campo di mais racchiude in sé una dose di romanticismo che oggi sembra smarrito. Adesso le modelle sembrano prodotti di fabbrica: ne conviene?
«No, non sono d'accordo. Sono sicura che ci sono splendide ragazze che vengono dalla campagna dell'ex Unione Sovietica e che considerano la loro storia romantica quanto la mia. Arrivano a Parigi o a New York per la prima volta e provano le mie stesse sensazioni. Non è cambiato nulla, sono solo aumentate le opportunità e, di conseguenza, le aspiranti».

Lei e le altre top degli anni Novanta, in che cosa siete state speciali?
«Siamo state le prime a capire che l'immagine è anche una questione di business, ed è un business di cui noi siamo responsabili. Non lascio che nessuno decida per me: il brand è mio e lo gestisco io. Prima di noi le modelle erano solo oggetti da utilizzare a piacimento».

Si è mai sentita responsabile di aver stabilito canoni di bellezza irrealistici? Voglio dire, un sacco di ragazzine smettono di mangiare per apparire magre e sexy...
«No, niente affatto, perché i canoni di bellezza di cui mi parla sono chiaramente virtuali. Non compro i giornali che trattano di bellezza, e dunque non alimento un mercato che stabilisce regole estetiche impossibili. Se tutti smettessimo di comprare questi giornali, il mercato sarebbe costretto a inventarsi qualcosa d'altro. Io penso che essere belli vuol dire avere cura di noi stessi. Una crema che migliora la pelle come quella che produco io è una buona cosa, se di pari passo c'è una ricerca interiore. Quanto alle ragazzine magre, ricordo di compagne anoressiche già ai tempi del liceo. Il problema è sempre esistito, e non credo abbia un diretto rapporto con la magrezza dei modelli che propone il mercato o la tv. Ci sono ragioni sociali più profonde, che non credo di essere in grado di spiegare».

Sembra che non le importi eccessivamente di invecchiare.
«E che cosa vuole che ci faccia? Certo, ci penso. Mi tengo in forma, mangio bene. Ma sono molto impegnata, attiva, e in realtà non ci faccio troppo caso. Non mi piacciono le ossessioni».



Vita da genitore: c'è qualcosa che la preoccupa pensando al futuro dei suoi figli?
«Mi preoccupa il mondo che ci sta attorno. Il peggioramento della qualità del nostro pianeta. Vorrei che i miei figli potessero sognare le stesse cose che ho sognato io, ma questo mi pare difficile. Mi preoccupa quel che succede in Medioriente. E non vorrei che mio figlio dovesse combattere in guerra o magari essere testimone di un attacco terroristico».

Si ripone grande speranza nelle celebrity per risolvere i problemi del mondo: è giusto?
«È giusto sfruttare la propria immagine per richiamare l'attenzione. È una grande occasione da non perdere. Io ho la mia fondazione per la ricerca sulla leucemia, ho perso un fratello così; mi sembra un obbligo fare qualcosa».

Non si è mai fatta tentare dal cinema: un solo film (Fair Game di Andrew Sipes, con William Baldwin, nel 1995), e poi più nulla. Eppure non le sono mancate le offerte...
«La verità è che per me quel film non fu assolutamente un fallimento, come talvolta dicono. Anzi, fu la prova che io e il cinema abbiamo poco da spartire. Mi lasciai convincere dall'amico Joel Silver, che faceva il produttore. Insomma, non andò bene e io lasciai subito perdere senza rimpianti. Preferisco essere me stessa piuttosto che entrare nei panni di un altro. E poi non capisco proprio come si faccia a vivere sul set per dodici ore al giorno immaginando di essere una persona diversa. Al tempo ero sposata con Richard Gere, e forse poteva sembrare suggestivo pensare a una mia carriera nel cinema. Ma non lo era per me. Ancora non capisco come facciano gli attori a sopportare quella vita. E poi, di certo se ora facessi l'attrice non potrei essere anche la madre presente che intendo essere».

Doveva diventare ingegnere chimico. Se le chiedo un paio di formule, che fa?
«Meglio di no. Mi assegnarono una borsa di studio, ma avevo già iniziato a lavorare nella moda...».

Ci confessi almeno un difetto, una cosa di lei che vorrebbe cambiare.
«Sono troppo impaziente. Per fortuna mio marito è il contrario di me. Ci compensiamo».

Cindy Crawford a 50 anni: come si vede?
«Mi vedo molto attiva, coi figli più grandi e quindi con più libertà per impegnarmi in una nuova causa umanitaria, quella che mi appassionerà in quel momento. Ma in realtà non mi va di pensare troppo al futuro: vivo una vita da sogno, tutto quello che desideravo praticamente l'ho ottenuto. Chiedere di più non sarebbe possibile, e forse neppure giusto».