"Elio Germano"

La barba è lunga per ragioni di lavoro, perché sta per interpretare lo squinternato Quattroformaggi del nuovo film di Gabriele Salvatores, dal romanzo di Niccolo Ammaniti Come Dio comanda. Il kebab in mano è per ragioni di tempo: Elio Germano è uno degli attori più occupati del nostro cinema, con un denso carnet di film in uscita (il primo è Il mattino ha l'oro in bocca, che esce il 29 febbraio, cui faranno seguito, il 28 marzo, Tutta la vita davanti e Nessuna qualità agli eroi) e conseguente attività promozionale. Quindi, l'intervista si fa fra un boccone e l'altro.

Il mattino ha l'oro in bocca è la storia di Marco Baldini ed è tratto dal suo libro II giocatore, dove racconta come per anni è stato schiavo del gioco, che l'ha condotto vicino al suicidio. Per dar vita al personaggio, ha incontrato Baldini?

«Non abbiamo voluto fare una sua copia, ma abbiamo cercato di costruire un nostro Baldini partendo da racconti che ci hanno fatto gli amici, i genitori, le persone che frequentava. Lui l'ho conosciuto, ma non ci ho mai parlato: volevo costruire il personaggio come se fosse quello di un romanzo, inventato. Non volevo imitarlo, come spesso accade quando si interpretano persone esistenti o vissute. Questa è la storia di tanti individui, non solo di Marco Baldini, che hanno un rapporto con un qualche vizio, una qualche dipendenza: dagli acquisti ai videogiochi alla Tv, per non parlare delle droghe o del gioco di azzardo o di una sessualità eccessiva. Ciò che tutte queste cose hanno in comune è la ricerca di un proprio mondo privato di benessere, come una eco del grembo materno, una sensazione di protezione autistica».

Lei soffre di qualche dipendenza?
«Affronto il lavoro sempre con una forte sensazione di pericolo, e questo mi da in qualche modo dipendenza: è il brivido della perdita del controllo, all'interno di un ambiente protetto come il set cinematografico».

Perché recitare le provoca una sensazione di rischio?
«Perché io non sono una persona programmatica, che prima decide che cosa fare e poi lo fa. Mi preparo accuratamente, dopo però affronto il set e le riprese, e anziché ricreare le cose cerco di viverle in quell'istante. E questo comporta un forte rischio dell'errore».

Ma può anche dare una grande felicità, immagino.

«È un processo quasi psicoanalitico di catarsi, di liberazione: questo lavoro ti da emozioni forti, e il fatto di viverle anziché ricrearle aumenta la sensazione. Poi accade che finisci la serata distrutto, non riesci più a vedere nessuno. Non è divertente, ma è piacevole in senso professionale e umano: la forza dell'emozione non si prova in tutti i mestieri».

Vivere le emozioni così intensamente sul set non rischia di svuotare di emozioni la vita vera?

«Noi tutti proviamo emozioni a comando, non perché fingiamo, ma perché l'ambiente influenza le nostre emozioni. Anche vedendo una scena al tg uno si può commuovere. Certo, al cinema capitano scene particolarmente forti. Per esempio, in Mio fratello è figlio unico, quando muore mio fratello Manrico (Riccardo Scarnatelo): quel giorno sul set piangevano tutti, io ero l'unico che non piangeva, perché il mio personaggio in quel momento soffriva diversamente, e mi portavo addosso quel peso senza versare lacrime. Certo, rispetto alla vita, lì c'è la sottile sicurezza del gioco, è quella che ti salva: sapere che stai facendo un film».

Però in quel gioco è completamente dentro.

«Sì, e la vita aggiunge emozioni al lavoro. Quello che hai vissuto cerchi di raccontarlo attraverso ciò che fai, così puoi condividerlo con altri. Certo, se uno per mestiere non è se stesso — penso agli attori, ma anche agli avvocati, o a chi sta a una reception e deve sempre rispondere indossando una maschera - poi può avere qualche problema di separazione dal mondo, anche problemi psichici. Però, se nella vita sei disponibile verso gli altri, questo può esserti molto utile nel nostro lavoro, dove ciò che più conta è saper vivere in una collettività, sentirsi parte di un progetto ampio, anziché lavorare solo per se stessi».


Il mattino ha l'oro in bocca - Trailer ufficiale

Vita e lavoro diventano una sola cosa.
«Sì, per 3-4 mesi lavori insieme anche 13-14 ore al giorno. E lì ognuno è nudo di fronte a tutti, si apre agli altri».

E infetti spesso nascono amori.
«Sì, però c'è un confine. Si sa che è un gioco e che la vita è un'altra. Almeno, io lo so».

Il mattino ha l'oro in bocca parla appunto del gioco.
«È la scommessa, il brivido del rischio, la ricerca di un'adrenalina che viene anche dal senso della sconfìtta, del bruciare i soldi, dall'emozione che ti scompaiano di mano 60 milioni, o di vincerne 400».

Lei che rapporto ha con i soldi?
«Fortunatamente non ho mai lavorato per i soldi. Da quando riesco a vivere dignitosamente e con una certa sicurezza, non ho desiderio di denaro. Accumularlo è un'altra forma di dipendenza. Penso sia genetica, come tutte le dipendenze: è bisogno del grembo materno, della placenta, di quella sicurezza là. Probabilmente chi soffre nella nascita ricerca poi per tutta la vita quel tipo di protezione».

In Tutta la vita davanti di Paolo Virzì quello che il suo personaggio cerca invece non sono i soldi, ma l'approvazione.
«La sua dipendenza è la competizione, il primeggiare, un tratto molto in accordo con questa epoca storica. Lui è quello che deve vendere più di tutti, solo così sarà il numero uno. E non si chiede a che cosa servono quei robot multifunzione che cerca di piazzare per telefono. Ma poi si innamora ed entra in crisi».

Anche l'attore tende a primeggiare, no?
«È un'idea che non condivido. Si tende a considerare il mestiere dell'attore come fosse una gara, per dimostrare chi è il migliore. Ma non è uno sport. Come fai a dire qual è il piatto migliore da mangiare? Ognuno ha i suoi gusti, che possono cambiare anche in una stessa giornata. Poi è il progetto che fa un film, non chi lo interpreta. Un attore può essere una volta molto bravo e un'altra scadente. Devi mettere in conto di poter sbagliare. Io non posso dare sicurezze, non decido prima ciò che andrò a fare, sono aperto a ciò che accade. Perciò non posso lavorare nella competizione.

Però al Festival di Berlino le hanno d¬to un premio, Shooting Star, come uno dei 9 attori europei emergenti su cui scommettere. Lei è l'unico italiano.
«Per via di Mio fratello è figlio unico, che mi ha fatto candidare come miglior attore».

Scamarcio ci sarà rimasto male.
«Il protagonista ero io. E poi Riccardo è stato Shooting Star due anni fa».

Si rivede al cinema?
«Mi è difficile, ma succede a tutti. Anche lei, se si rivedesse in un filmino della festa dei 18 anni, si vergognerebbe».

Ma io non faccio l'attore.
«È sempre traumatizzante, solo un pazzo gode nel rivedersi».

Magari certe attrici si trovano molto belle.
«Puoi dire bello di una fotografia. Ma l'immagine in movimento è piena di cose, sei sempre ridicolo quando ti rivedi. Quando mi trovo ridicolo e mi vergogno capisco però che ho fatto un buon lavoro, perché si apre qualcosa di sporco, di vero».

Allo specchio si guarda?
«È pazza? Gli specchi portano anche male, non bisogna guardarsi. L'attore che si guarda è perduto, perché in quel momento è fuori di sé. Chi fa sport lo sa: negli allenamenti dai tutto di te e sei dentro il gioco, tutt'uno con quello che fai. Se invece viene un familiare, la ragazza, a guardarti, ti osservi e cominci a pensare che devi mandare la palla là, devi far vedere che... Sei fuori di te, dai il peggio».

Meglio vivere un po' in trance?
«Certo. Da un secolo siamo stati abituati a guardarci, e lo facciamo troppo. Due ore al giorno siamo all'interno di un telefonino, un'altra stiamo su Internet... Ci chiediamo sempre "che immagine do io di me". Invece una volta un uomo che voleva conquistale una donna faceva vedere quanto lavorava nei campi, o si mostrava gentile, o adatto a risolvere le situazioni. C'era un senso estetico nell'agire. Nell'essere qualcosa, non nel sembrare qualcosa. Adesso il senso estetico è impostato in una dimensione che non contempla il tempo, come in fotografia: così devo apparire in questo momento, per aderire a un'immagine che è quella del giornale che sfoglio e che è uno scatto, non è un percorso tridimensionale in movimento. Perciò si è affermato il culto dell'immagine».

Ha incontrato molte ragazze succubi dell'immagine?
«Certo. Mentre le persone più rilassate, che vivono meglio i rapporti umani, sono quelle definite "brutte", la ragazza magari un po' grassa, perché è disponibile, è più viva».

Non conta l'aspetto fisico?
«A che cosa si pensa quando si ha una ragazza? O a condividere dei momenti o a condividere la sessualità. Nella sessualità non è che uno deve guardarsi, deve condividere un animale che si porta dentro, conta quello che ti scambi, è qualcosa che ha a che fare con l'azione, non con una foto».

Però prima di arrivare al sesso, uno guarda e...
«Ma io non passo l'occhio così, l'occhio mi fa vedere anche cose che non esistono. Io sono colto dall'umanità, non da una visione. La persona è un ente vivo, e bisogna vedere se il tuo essere va in corrispondenza del suo oppure no. Dipende da quello che si riesce a costruire, il tipo di rapporto, il tempo che passa».

Lei quindi non è uno da colpi di fulmine?
«Magari ce l'ho, dipende dalle immagini che ho avuto da bambino, ma poi non ho l'illusione che me la sposo ed è la mia donna ideale».

Che bambino era?
«Grassottello. Come tutti quelli della mia generazione, forse pervia delle merendine ipercaloriche che mangiavamo negli Anni Ottanta».

Aveva un nonno contadino?
«Non uno, tutti e quattro, Nel Molise, da dove viene la mia famiglia, si viveva di questo».

E lei come ha iniziato a recitare?
«Mi sono iscritto a una scuola di teatro. Nel 1994. Non per l'idea di diventare qualcuno o qualcosa, ma per il piacere di farlo fine a se stesso. Era il Teatro dei Cocci a Roma. Passavo pomeriggi fantastici a lavorare sul corpo, sulla voce, a fare improvvisazioni, con tutti i miei colleglli con cui si creava un rapporto molto intenso, vero. Facevo teatro per il piacere di ritrovare ogni giorno questo affascinantissimo gioco. Non mettevo in conto l'idea che sarebbe diventato il mio lavoro. È capitato, oserei dire, per caso. Mi sono ritrovato ventenne con questo unico mestiere fra le mani. Solo una cosa sapevo fare: L'attore. E ci ho provato».

Un'ultima domanda, non le piacerà. Nessuna qualità agli eroi ha fatto discutere per la scena di nudo.
«Uno lavora con tanti sacrifici e poi quello diventa più importante di tutto. Ma non è un problema mio, come dice Guccini nell 'Avvelenata: "Vendere o no non passa tra i miei rischi. Non comprate i miei dischi e sputatemi addosso"».

Era successo anche ad Accorsi.

«È proprio triste. Sono cose devastanti che entrano nella sfera privata: immaginate mia nonna che legge certe cose. Poi non mi piace essere raccontato: il mio lavoro è essere nessuno».