"Fabio Fazio"
Certi desideri sono ormai un classico, frasi fatte, formule che vanno bene sempre. Un Paese normale, un Paese che funzioni, e così via. Fabio Fazio introduce una sua variante: vorrebbe anche un Paese gentile, educato. Parole che sembrano antiche, che contrastano un po' con quello che si vede e si sente in giro, ed è per questo che il desiderio, per quanto apparentemente ovvio e naturale, può persino diventare potente.
Del resto lui è così, gentile, disponibile, e anche se lo colgo in una giornata di riunioni e messa a punto della prossima puntata del suo programma, si concede alla chiacchiera con una disponibilità che in effetti non posso che chiamare gentilezza. Dunque, visto che ci parliamo in una delle fabbriche della tivù, la sede milanese di Endemol, e visto che lui è un uomo di tivù (che immagine orribile!), non possiamo che cominciare da lì.

Fabio, non si riesce a parlare del Paese senza parlare di tv, e non si riesce a parlare di tv senza parlare del Paese: sarà un bene o un male?
«Mah, non saprei. Che la tv debba raccontare il Paese mi sembra ovvio, nemmeno da dire. Il problema semmai è che il Paese è questo, e dunque la tv racconta questo. Poi si verifica che la tivù spesso costruisce chi abita il Paese. La consuetudine costruisce le abitudini, consolida i comportamenti delle persone. I nostri nonni e forse i nostri genitori salutavano col cappello. Se tu guardi i documentali degli anni Cinquanta e Sessanta vedi una grande differenza. Ne ho visto uno sulla marcia della pace di Assisi: a parte le personalità, la gente, la gente normale, anche la gente umile, era vestita con grande dignità, con l'abito della domenica. Pur nella povertà e nelle difficoltà di quegli anni, nessuno metteva in discussione certi principi e certi comportamenti, per esempio la buona educazione, non parlare di cose private, non ostentare le malattie. Cose che forse abbiamo deriso e che invece sono un valore se vuoi costruire un progresso, e cose che la televisione ha un po' distrutto».
Sembra che i valori diffusi oggi siano l'esatto contrario.
«Sì, e questo è un errore politico gravissimo che è stato commesso».
Tu fai una tivù gentile in un Paese che non è gentile per niente. Come fai?
«No, non è vero. Diciamo piuttosto in un Paese che ha una percentuale sempre più evidente, non so se reale, ma di certo manifesta, di aggressività e quindi di volgarità. Spesso è vero che ci sembra così perché così lo raccontano i giornali, le tivù: se io su trenta minuti di telegiornale ne passo quindici a raccontare efferati delitti e le modalità con cui sono compiuti, è chiaro che avrò la percezione che metà di quello che succede al mondo sia quello».
In questi casi si dice: è la gente che lo vuole.
«No, io non credo che sia così, penso che si sia superata di gran lunga la corrispondenza tra quello che ci viene raccontato e quello che è reale. A chiunque di noi faccia un lavoro mediatico, diciamo così, è capitato di sentirsi dire cose come: sai, nel pezzo non hai attaccato nessuno e quindi non era interessante. Si da per scontato che se tu non attacchi qualcuno, o sei uno smidollato o sei un buonista. Non si prende nemmeno in considerazione che possa essere davvero divertente parlarsi da persone civili, senza insultarsi».
Eppure le curve degli ascolti dicono questo, che se noi parliamo un'ora e a un certo punto tu mi insulti ferocemente, lì la curva fa un saltino verso l'alto. La cafonaggine paga.
«Può essere. Io so che con questo programma (Che tempo che fa, su Rai Tre, ndr) abbiamo dimostrato che c'è un pubblico. Che esiste il pubblico, non solo il consumatore. Personalmente penso che sia folle fare la corsa sulle tivù commerciali, folle deprimersi se la Rai fa lo 0,20 di share in meno di Mediaset. Io credo che debba essere motivo d'orgoglio fare qualche punto in meno di ascolto se fai una tivù che è editorialmente diversa dall'altra. Tutto questo discorso sarebbe superato se ci fossero anche un terzo o un quarto soggetto televisivo in chiaro, come in un Paese civile. Il problema si risolve molto semplicemente: si mettono quattro soggetti sul mercato, invece di due. Però quando qualcuno ci ha provato, dico in metafora, poi l'hanno trovato in un fosso. Basterebbe vietare per legge che qualcuno possa avere più di due reti, o stabilire un tetto alla pubblicità».
Sembra facile. Torniamo al Paese reale, un Paese in cui l'educazione...
«L'educazione consente a ciascuno di rispettare la libertà degli altri. Consente la libertà degli altri, di rispettare le idee o il comportamento altrui».
Questo non rischia di passare come un discorso nostalgico? Tipo: si stava meglio una volta?
«Ma non è un problema di tempo, è un problema di luogo. Come sa chiunque prende un aereo e va a Londra, vede che lì, appena scesi dall'aereo, si mettono tutti in coda. Luogo comune? Può darsi. Ma se tu avessi un Paese dove tutto è già certo, codificato, condiviso, allora potresti anche trasgredire. Questo accade altrove. Ma serve che ci siano valori veramente condivisi, non parlo dei grandi valori, che so, la laicità, ma anche la buona educazione. Da noi è tutto in divenire, e siccome il codice televisivo è di per sé anarchico, si corre il rischio di confondere la realtà con la finzione, il trash col progresso. Ma non è che a maggior trasgressione corrisponde maggiore modernità».
Eppure trovo che la nostalgia sia sempre in agguato. Anche a me capita di dire: «Ah, una volta la televisione la scriveva Zavattini e guarda qui ora che disastro».
«Guarda, io non rimpiango nulla, mai, odio il rimpianto. Tra un eccellente passato e un orribile presente preferisco comunque l'orribile presente. La tivù di allora era molto governativa, rigida, controllata, in un Paese molto controllato, molto rigido e molto governativo, quindi non la rimpiango per niente. Io dico che le persone avevano comunque dei valori, o meglio delle abitudini, che consentivano di sorprendersi e di scandalizzarsi per cose che ancora oggi dovrebbero suscitare sorpresa e scandalo».
Oggi non ti sorprende niente?
«Ma se tu vai in televisione a fare spettacolo con il tuo dolore privato, a incontrare un padre che ti ha disconosciuto, secondo me non è moderno. Secondo me è terribile. Se tu insisti per sere e sere e sere su tutte le reti a descrivere con dovizia di particolari le modalità di un delitto...».
L'informazione è come la fiction?
«Ma no, non è vero. Nessuno ha mai confuso Sherlock Holmes con il telegiornale. Il problema è che si rimuove il fatto che stai parlando in televisione, che non è un romanzo d'appendice. Il guaio è che lo fai in tivù, autorevolmente e con personaggi autorevoli; diventa normale».
È un problema solo italiano?
«No, io penso che la direzione sia quella, la globalizzazione è anche questo. Il problema è che in altri Paesi esiste un quadro di certezze maggiore. In Francia nessuno si alza a dire "basta" con la scuola pubblica, "basta" con la sanità pubblica; certe cose sono date per acquisite e non si toccano più, Qui è diverso, qui si discute tutto, di certo non c'è niente».
Non sarà un disegno politico, una strategia?
«No, non ci credo. Mi parrebbe un progetto culturale troppo ampio, troppo ambizioso. Credo che il grande disegno sia semplicemente non rendersi conto dei danni che si fanno».
In questo quadro tu passi per il buono, il buonista. E malgrado questo hai acerrimi nemici...
«Ci sono simpatie e antipatie personali».
Non sarà che siccome fai cose che scardinano questo equilibrio cattivista...
«Ma no, non credo. La mia opinione è che avendo avuto dalla vita una grande fortuna sia intollerabile incattivirsi. Fortuna, soldi, allegria, e quindi è impossibile coltivare rancore e cattiveria».
Tu fai un talk show, genere di programma che ha attraversato mille modalità. Perché continui con questa formula?
«Io credo che il talk come genere abbia un vantaggio: ti costringe a studiare. Devi conquistare la fiducia del tuo interlocutore, e puoi farlo se lui capisce che tu hai capito. La curiosità passa per la comprensione di chi hai di fronte».
Cambia tutto con i politici. Com'è possibile che molti sgomitino per fare i buffoni in tivù?
«Meno di un tempo, mi pare. Credo che pensino di essere così un po' più vicini alla gente. Si mostrano un po' indifesi, sembrano vulnerabili e quindi appaiono più umani. Comunque non mi sembra il peggiore dei mali».
Però è un fatto che non suscitano molta stima. Penso a Grillo e a quell'enorme vaffanculo.
«Quando leggi un quotidiano hai la sensazione che il tuo voto serva a legittimare il lavoro di persone che poi tendono a spostarsi, a cambiare schieramento, a inventare nuove formazioni. La tua preferenza ha lo scopo di alimentare un grande gioco da tavolo dove tu non conti più niente. Una sensazione desolante. Io trovo incredibile che i giornali siano fatti di dichiarazioni, poi di controdichiarazioni, poi distinguo, precisazioni, che uno che era laico te lo ritrovi cattolicissimo e viceversa. Certo è lecito cambiare, ma, come dire... non in mio nome».
E quindi vaffanculo?
«No. Si dovrebbe dare del voi a queste persone e pretenderne il voi».
Però non è facile muovere le masse su questo piano.
«Ma non è obbligatorio muovere le masse!».
E allora che cosa sarebbe? Una questione individuale?
«Be', dipende da quanti sono gli individui...».
Chiudiamo con un ricordo: Enzo Biagi. Tu lo hai ricordato con grande affetto.
«Sì, percepivo una grande sintonia. Poi, sai, certe amicizie, o meglio, certi incontri che avvengono in età adulta e avanzata diventano anche strani, non hai un vissuto da condividere, ma c'è una grande intensità, nessuno ha bisogno di dire bugie».
Che effetto ti ha fatto la commozione generalizzata, in quel caso?
«Mi ha confermato che il Paese è migliore di chi lo rappresenta. E tutto quell'affetto per un giornalista, per uno che diceva le cose come stanno, è indice di una voglia di tornare alla normalità. A una normalità perduta».
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