"Grignani dopo Operazione Paradiso"
Destinazione paradiso era il titolo della sua prima canzone di successo, presentata al Festival di Sanremo nel 1995. Operazione paradiso, invece, è il nome di un'indagine di polizia su un traffico di cocaina per la quale, nell'agosto del 2007, è finito sui giornali.
Gianluca Grignani, milanese, 35 anni, vive «rinchiuso» da cinque giorni in una spa. «Ho finito due settimane fa di lavorare al nuovo cd, avevo bisogno di riposarmi», dice. E anche di perdere qualche chilo (ne ha già buttati giù tre o quattro) per arrivare in forma al prossimo Sanremo. Il quinto al quale partecipa — il primo, nel 1994, fra i «giovani», con La mia storia tra le dita, il penultimo nel 2006, quando il suo brano, Liberi di sognare, viene eliminato al primo turno.
La canzone con la quale si presenta in gara quest'anno si intitola Cammina nel sole, stesso nome per l'album (il nono), che esce il 14 marzo. Aveva cominciato a lavorarci a luglio dello scorso anno, poco prima della storia della cocaina. In attesa di posare per le foto e poi di riprendere i «trattamenti» (massaggi, bagni e poco cibo), Grignani beve una tisana depurante, seduto su un divano. È un po' teso. Questa è la prima intervista che rilascia da un anno e mezzo.
Destinazione paradiso e Operazione paradiso. L'indagine era dedicata a lei.
«Non lo so con certezza. Di certo non mi ha fatto tanto piacere».
Il procedimento è ancora in corso. Di che cosa la accusano?
«Il termine legale è "cessione". Dicono che, durante una festa, avrei offerto gratuitamente cocaina a una persona».
E lo ha fatto?
«Non ricordo l'episodio specifico. Ma non escludo che sia successo. Perché è vero che ho fatto uso di cocaina. Mi sta sul cazzo dirlo, ma è così».
Quando ha cominciato?
«Da ragazzo. Perché lo facevano gli altri, per divertimento, soprattutto per la voglia di provare. Mi è sempre piaciuto provare di tutto, e l'ho fatto. Beh, quasi tutto. E non parlo solo di droghe. Vale per il cibo: in India, ho mangiato le formiche e i grilli fritti. Mi sono fermato solo di fronte al cervello di scimmia, che mi hanno servito a tavola in Thailandia. Vale per gli sport estremi che pratico, come lo sci-alpinismo. E, mentalmente, è sempre da lì che arriva la mia voglia di andare contro, la molla che mi ha spinto a fare un secondo disco, La fabbrica di plastica, completamente diverso da Destinazione paradiso, nonostante il successo che avevo ottenuto. Il primo verso della Fabbrica di plastica dice: "Ho provato a essere come tu mi vuoi, tanto che sai in fondo cambierei, ma sono fatto troppo a modo mio, prova a esser tu quel che non sei". Più chiaro di così».
Tornando alla cocaina, perché ha continuato?
«Chiariamo: non sono un consumatore abituale. E, soprattutto, è stata una stronzata, un errore tremendo».
Allora perché non ha smesso subito?
«Perché sono un essere umano, che sbaglia».
In passato aveva già ammesso di aver «fumato» parecchio da ragazzo.
«Sì. Ho fumato spesso marijuana. Ma tirare di cocaina non è come farsi una canna. Non c'è paragone. La cocaina distorce la percezione reale delle cose. Pensi che ti faccia stare meglio e, invece, amplifica i tuoi problemi, te li fa sembrare insormontabili. Ti da l'impressione di avvicinarti agli altri, perché sniffi in compagnia, ma, in realtà, ti allontana dalle persone. E, contrariamente a quanto si dice, da assuefazione. Diventa una routine: quando esci c'è sempre qualcuno che ne ha un po' e, se non c'è, ti sembra di non divertirti. Il giorno dopo, poi, ti senti addosso un peso enorme. Oltre a quello dell'alcol. Perché la cocaina ti porta anche a bere di più».
Ha smesso?
«Dal giorno in cui sono finito sui giornali. Non vorrei doverlo dire, ma quel casino un po' mi ha fatto bene, mi ha svegliato».
Qualcuno diceva che, se vuoi smettere, la prima cosa da fare è buttare la rubrica del telefono con i numeri dei «compagni di droga». Ha cambiato giro di amici?
«Lo ha detto Jay Kay dei Jamiroquai. Ma i miei veri amici, le persone alle quali tengo, non sono coinvolte nell'indagine. E i conoscenti sono migliaia».
E come mai si è ritrovato a fare «cessione» di cocaina a qualcuno che neppure conosceva?
«In un locale può capitare che qualcuno ti chieda di fare un tiro. E i conoscenti, come dicevo, sono migliaia».
Quando ha visto gli articoli con il suo nome, come si è sentito?
«Sbattuto sui giornali, per il fatto di avere un nome conosciuto. Hanno scritto anche che mia moglie (la fotografa Francesca Dall'Olio) era indagata per traffico di droga. Mentre lei non c'entra niente. In quel periodo, stavo lavorando al nuovo album. Ho bloccato tutto. Siamo partiti con nostra figlia, abbiamo trascorso un mese in Africa, Tanzania, Kenya.., Per staccare completamente».
Per la verità, sua moglie era socia di uno dei locali dove avveniva lo spaccio.
«Aveva il 5 per cento di uno dei bar al centro dell'inchiesta. Il locale era di proprietà di un mio amico. Un giorno, mi aveva detto: "Se passi di qui ogni tanto, mi fai un po' di pubblicità. In cambio ti do una piccola quota. Ho rifiutato, ma mia moglie, che era lì con me, ha dettò: "Vabbè, intestala a me"».
Lei è finito anche nelle intercettazioni.
«Il mio telefono non era sotto controllo. Ma avevo chiamato l'amico del bar. Volevo vedere i conti, proprio per via di quel cinque per cento. Se quella "cessione" l'avesse fatta lei, il suo nome non sarebbe comparso sui giornali».
Sono gli effetti sgradevoli di una condizione, la celebrità, che ne ha molti piacevoli. A parte questi episodi, comunque, lei ha sempre avuto un rapporto difficile con i giornali e con la gestione del suo successo.
«Sa, io venivo da Precotto (periferia di Milano, dove ha vissuto da ragazzo), che cosa potevo sapere dei media? Quello che mi interessava era comporre canzoni. Scrivevano che ero bello e maledetto, e neanche una riga sul fatto che facevo tutto da solo, musica e testi. Ancora oggi mi sembra che si accorgano di me solo quando faccio una cazzata».
Bello e maledetto non è un insulto.
«Adesso che ho 35 anni potrebbe anche farmi piacere. Allora ne avevo 23, e dicevano pure che ero un efebo».
Temeva di passare per omosessuale?
«A quell'età è fastidioso sentirsi giudicare. E, di certo, oggi sono più consapevole della mia sessualità. Sono pure diventato padre {la figlia, Ginevra, ha compiuto 3 anni il 17 gennaio scorso)».
Ha paura che, quando sarà più grande, possa essere etichettata come la figlia di Grignani, quello della coca? «Sì».
Teme anche di non poter essere un buon esempio per lei?
«No. Il fatto di aver provato la droga, mi consentirà di trovare il modo migliore per convincerla a non farlo. Non dico che ci si debba drogare, ma sono convinto, in questo caso, di avere un'arma in più rispetto a chi questa esperienza non l'ha fatta. E poi ho molta fiducia nelle donne. Guardi una come Hillary Clinton, che spero diventi presidente, o in Italia, una come la Bonino. Sono sicuro che anche mia figlia diventerà una donna speciale».
Lei non è stato un figlio facile.
«Per niente. Stavo fuori fino a tardi, a volte non tornavo proprio. Senza esagerare, le mie esperienze le ho fatte. Ma mi sono sempre preso tutte le responsabilità. Piacevo alle ragazzine e questo, a volte, scatenava risse. Avevo sempre la peggio. Non studiavo, prendevo i soldi dalla borsa della mamma per comprare le sigarette...».
Mi sembra abbastanza.
«Ed ero chiuso in me stesso, mi sembrava di essere diverso. Ho cominciato a scrivere canzoni per sentirmi dire dagli altri che anche loro provavano le mie stesse emozioni. I miei hanno divorziato quando avevo 18 anni, ma anche prima, a casa, il clima non era proprio sereno. Mio padre era spesso via. Una volta, in chiesa - ero un bambino - facevo finta di suonare l'organo pigiando le dita sulla panca di legno davanti a me. Lui, che stava seduto dalla parte opposta, lo notò. Alla fine della messa, mi chiese: "Ti piacerebbe imparare a suonare il piano?". Notava questi piccoli dettagli, poi, però, gli scappavano le cose più importanti. Per esempio, non si preoccupava se tornavo alle tre del mattino».
E sempre lui le fece i complimenti e la incoraggiò quando gli fece ascoltare la sua prima canzone, Fanny.
«In realtà la primissima era un'altra. Si chiamava: Le mani in tasca. Mio padre mi disse: "Però, non sei male a scrivere canzoni". Era la prima volta che mi sentivo apprezzato per qualcosa».
La cocaina aiuta a scrivere canzoni?
«No, almeno a me non è stata d'aiuto. Anzi. È vero che negli anni Settanta molti musicisti facevano uso di stupefacenti, ma erano sostanze diverse. E la sa un'altra cosa? Sono convinto che se anche John Lennon non avesse mai fumato una canna in vita sua, Imagine l'avrebbe scritta lo stesso».
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