"Giorgio Armani"

Giorgio Armani entra nel suo studio privato: abbronzato, felice, sorridente. Orologio tondo, denti bianchissimi, capelli candidi, telefonino con custodia, T-shirt nera. «Fa caldo, apriamo le finestre». Fuori c'è il silenzio di una città elegante, che nasconde i suoi giardini. Dentro, una scrivania di cristallo,due bicchieri d'acqua, un ritratto di Andy Warhol, molti libri: arte, fotografia, architettura, moda.

Signor Armani, cos'è la moda?
«La moda è un lavoro serio».

Perché la gente percepisce la moda maschile come una cosa frivola, poco importante?
«Prendiamo Jean Paul Gaultier: è stato tra i primi a sdrammatizzare la moda maschile. A renderla più spettacolare, più ironica. Ma il limite fra l'ironizzare con intelligenza e ironizzare con volgarità è sottile. Ecco perché la moda, nell'80% dei casi, è vista con sufficienza da parte del pubblico. Dicono: "Mah, in fondo sono solo delle matte che mettono insieme un po' tutto"».

Invece, la moda è un'arte?
«Certo. Ed è un'arte difficile: bisogna essere propositivi, soprattutto nel nuovo, cambiando pochissimo e allo stesso tempo variando molto».

Il professor Umberto Veronesi ha dichiarato che, nel giro di qualche generazione, saremo tutti bisessuali e che il livello di testosterone nell'uomo si è abbassato del 50%, dagli anni 50 a oggi.
«Personalmente, ritengo la bisessualità una conquista, un valore aggiunto. Un uomo ti piace, una donna ti piace: se ci si piace a vicenda, bene. Penso a Jean Baudrillard e ai suoi concetti di transpolitica, transeconomia, transessualità: oggi siamo alla transestetica, un continuo e positivo salto di confini. L'unica cosa che proprio non riesco a tollerare è l'esibizione eccessiva: uno può prediligere il proprio stesso sesso, ma non per questo deve travestirsi da qualcosa che non è. Io ritengo che anche un omosessuale dev'essere un uomo, se è un uomo, e la donna dev'essere una donna. Poi, prediligere il proprio sesso è una cosa privata, a parte, ma l'esibizione non l'accetto. È un limite sul quale non transigo».



Travestimento inteso dunque come forzatura e perdita di equilibrio?
«Sì. L'eccesso è sempre ridicolo. Non mi piacciono le gay parade: sono cose che prestano il fianco a essere derisi. È sempre tutto un gioco, uno scherzo. E io trovo, invece, che la sessualità sia una cosa serissima. La sessualità di una persona va protetta, va accettata, non ridicolizzata».

È vero che ha visto la sua prima scena erotica quando aveva sette anni, facendo il bagno nel Po?
«Una domanda intrigante... Sì, è stata una cosa eccezionale: c'era questa spiaggia, la gente un po' assonnata - era mezzogiorno e mezzo, l'una - e a un certo punto si è alzato un ragaz¬zo e si è avvicinato a una ragazza che era dolcemente a bagno maria nell'acqua. Questo ragazzo aveva un'erezione gigantesca: se l'è portata vicina e...».

...e hanno fatto l'amore?
«No, non hanno fatto l'amore. È finita lì perché, ovviamente, lei poi si è divincolata. Però fu una scena fortemente erotica, con lui che l'ha vista venire avanti nell'acqua e non ha resistito, con questo costume di lana - perché c'erano i costumi di lana allora... Devo dire che per me fu una cosa molto, molto erotica».

Perché i media danno sempre più spazio all'uomo, alla figura maschile?

«Perché l'uomo ha imparato a uscire dai suoi binari, a godere dei mezzi che ha a disposizione: dai prodotti di bellezza al modo di vestire, al modo di porsi nella società. E i media, ovviamente, ne approfittano. Se guardiamo i giornali oggi, ci sono molto più nudi maschili che femminili. Il nudo maschile, prima, non esisteva. Adesso, invece, c'è il piacere di vedere un corpo maschile. Io ogni tanto scherzo un po' con gli indossatori che vengono qui, chiedendogli: "Senti, ma questo tuo collo, le donne lo apprezzano?". Fino a qualche tempo fa la risposta era sempre: "Mah, non gliene frega niente. Anzi, in generale meno sono bello, più sono contente: c'è meno concorrenza". Adesso invece è un po' diverso. La donna ha meno pudore nell'apprezzare la bellezza maschile».

Lei quale modello di uomo non ha superato?
«Forse mio padre, col suo silenzio, un silenzio che mi ha influenzato. È stata un'approvazione delle mie decisioni che potevano sembrare un po' azzardate. Perché lasciare, non so, gli studi di Medicina per mettersi a fare la moda era davvero diffìcile. Ma mio padre aveva capito; secondo me è stato il primo uomo che mi ha insegnato a credere in qualche cosa».



Oggi trova più interessante disegnare per l'uomo o per la donna?
«Oggi c'è in generale maggiore libertà nell'interpretazione. E per chi fa il mio lavoro, questo è anche un rischio. Lo dico sempre ai miei collaboratori: "Attenzione: il fatto che qualcun altro abbia fatto delle stravaganze in sfilata non significa che debba essere copiato da noi". Direi che disegnare l'uomo è diventato più difficile. È più difficile rimanere accettabili e attendibili pur tenendo conto che ci sono questa libertà e questa evoluzione del carattere maschile che lei citava prima».

Ha ancora senso, visto ciò che abbiamo detto fino a ora, parlare di riviste "maschili"?
«Forse non più di tanto. Oggi la donna guarda volentieri un giornale da uomo, e un uomo guarda le belle donne sul giornale da donna».

Se lei fosse il direttore di GQ, chi metterebbe in copertina sul prossimo numero?
«Un uomo, senza dubbio. Un personaggio del cinema e dello sport, mondi dove ci sono icone tipo David Beckham. Oppure sceglierei un'altra strada, più coraggiosa, che mi porterebbe a cercare personaggi non molto conosciuti ma con un ruolo importante nella società. Forse penserei a un anonimo che ben rappresenti la figura maschile contemporanea. Bisognerebbe però scovare un anonimo glamour, perché oggi tutto gira intorno alla capacità di essere sexy».

E se invece dovesse scegliere un eroe contemporaneo?

«Forse la leader birmana Aung San Suu Kyi. Mi piacerebbe che vincesse il Nobel...».

A cosa pensa se le cito la parola "virile"?
«Dipende dal significato che diamo alla parola: può spingerci a pensare a un mondo piuttosto sgradevole, che produce guerre e penalizza le differenze. La parola "virile" oggi rischia di amplificare tutto questo. Del termine io salverei l'idea di qualcosa di forte, coraggioso, giusto, elegante».

Lei una volta ha dichiarato: «La parola lusso mi fa schifo». È vero?
«Sì. C'è un uso della parola lusso che supera il ridicolo. Un oggetto di lusso è qualcosa che ha un valore intrinseco forte. Adesso sotto la parola lusso passa di tutto: la borsa fatta di cartone, però rivestita dalla griffe, il vestito finito, ma fatto malissimo, impossibile da portare, se non da quattro giornaliste che non sono neanche ben fatte. E questo passa per lusso. Il lusso oggi è la borsa carica di accessori, piena di pendaglietti, di cose... e quello è lusso? Quella è una gag! Il lusso è ancora la borsa di Hermès, la Kelly, fatta con certi requisiti, in certi materiali, non distribuita ovunque. Il lusso è ricerca, attenzione: non può essere diffuso a tappeto. Purtroppo non è un discorso democratico, però è così: il lusso una volta era per poche persone, non può essere troppo democratico. Io, per salvarmi, ho creato la collezione Armani Prive. Perché? È un lusso: esistono solo due vestiti al mondo dello stesso modello».



A cosa serve una sfilata, oggi?
«La mia sfilata serve moltissimo, perché in un solo colpo accontento il compratore, lo staff, la stampa. Posso mostrare il lavoro che ho fatto. E a quello che si vede sfilare corrisponde poi la realtà di quello che si troverà nei negozi. Nelle altre sfilate non sempre questo accade: se si assiste a una sfilata dove non c'è nulla di plausibile, dove nulla è credibile, diventa difficile. Fino a poco tempo fa alle sfilate della donna c'erano queste ragazze sfigate, un po' prone... Ci si divertiva davvero molto poco! Avevano tolto tutto: "Trucco no, gli accessori no, via tutto". Se togli tutto, non rimane niente. E va a finire che la gente si annoia. Il vero problema delle sfilate è lo strapotere dei cosiddetti "stylist", che sono spesso redattori dei giornali e contemporaneamente consulenti per le case di moda. Sarò drastico, ma dico le cose che penso: questi personaggi, ammanicati tra di loro, girano per le sfilate e suggeriscono a ogni creativo titolare la tendenza del momento: "Fai la donna così e così...".
Il problema è che solo un'ora prima hanno già suggerito la stessa cosa a un'altra sfilata. Se lo stesso stylist, come consulente di una casa di moda, suggerisce di inserire un cappello a tre punte in sfilata, e subito dopo, facendo il suo lavoro di redattore di giornale, pubblica il cappello a tre punte dicendo che è di gran moda, da il via a un meccanismo gravissimo».

Desidererebbe una stampa più libera e indipendente?
«Sì, molto. La prova è che quando leggo gli articoli di Suzy Menkes (la giornalista che segue la moda per il quotidiano americano Herald Tribune, ndr) la trovo sempre divertente, anche se fa una rabbia della Madonna! Mi piace, perché è disposta ad accettare lo scontro».

Si riesce a tenere uniti creatività e affari?

«La creatività pura non può essere applicata alla moda».

Lei si dice mai: "Mi piace questo e vorrei produrlo", ma poi, pensando al mercato, deve rinunciare?
«Diciamo che, essendo io creativo e al tempo stesso imprenditore della mia creatività, ho imparato a trovare un equilibrio tra le due cose: prima creo, poi giudico con la massima freddezza, e mi chiedo: "Ma questa cosa funzionerà o no?". E con freddezza mi rispondo».

Ha detto: «L'ultima volta che ho preso l'autobus, il biglietto costava 50 lire e c'era il bigliettaio». Per una persona che fa il suo mestiere, non sarebbe utile farsi un giro sui mezzi pubblici?
«Cerco sempre di mescolarmi con la gente comune, ma purtroppo ci sono dei grandi rischi. L'ultimo che ho corso? Esiste una mia foto con il ragazzo di colore coinvolto nel caso di Meredith Kercher, la studentessa inglese uccisa a Perugia: ha chiesto di fare una foto con me al Nobu Bar, qualche tempo fa. Mi ha detto: "Posso fare la foto?". E io posso dire di no? Faccio la foto, poi lui la pubblica sul suo sito Internet... e io ho dovuto fare un comunicato Ansa dichiarando che non conoscevo quell'uomo. Se vado a fare un giro da solo, a volte posso trovare le persona carina che mi fa i complimenti, e poi posso trovare il deficiente che mi aggredisce. Il contatto con la gente è una cosa che mi gratifica, perché sento che la gente capisce che non sono uno stronzo. Questo mi piace, lo riscontro a tutti i livelli, dalla persona ricca della "Milano bene" al ragazzine C'è questa duplicità o molteplicità che mi fa sentire un essere nel mondo a diversi livelli, a seconda del momento».

Il cinismo è una qualità o un difetto?
«Trovo detestabile il cinico giovane. Mentre il cinico di una certa età lo trovo giustificabile: è una forma di difesa».

Un incubo ricorrente?
«L'incubo ricorrente è che ho tutto pronto per la sfilata, e non ho i vestiti».