"Lenny Kravitz"

Da vecchio marpione qual è, Lenny Kravitz sa come catturare l'attenzione dell'interlocutore. Per esempio chiamando i suoi fan "compagni rivoluzionari", anche se in tono scherzoso. Oppure citando Che Guevara: «La rivoluzione non è una mela che cade quando è matura. Devi essere tu a farla cadere». Non certo a caso ha dato al suo nuovo album un titolo da "Summer of love": Itis Urne fora love revolution. E ora, seduto su un divano del Raleigh Hotel di Miami Beach, spiega che lui questa "rivoluzione" la sostiene da sempre: il suo primo album, uscito 18 anni fa, si intitolava Let love rule.
Dice: «II problema è che da allora il mondo è molto peggiorato. Basta guardarsi intorno. Ogni volta che ascolto
un telegiornale mi domando dove stiamo andando, che cos'è questa specie di pazzia collettiva che si sta diffondendo... Sono sempre meno le persone che si lasciano guidare dalla spiritualità, che vanno in cerca di emozioni autentiche. Io conosco persone che vivono nell'oro, eppure sono dei miserabili. Viceversa, potresti avere soltanto due dollari in banca, ma essere l'uomo più felice sulla terra. L'importante è farti guidare dall'amore e avere Dio nel cuore».



Si potrebbe obiettare che sono tutte belle paróle, ma poi riuscire ad arrivare alla fine del mese è un'altra cosa.
«Il denaro è importante, lo so, ma da solo non regala la felicità. Aiuta a vivere meglio, certo, e se usato con intelligenza può addirittura allargare i tuoi margini di libertà, per esempio permettendoti di rifiutare proposte che non ti piacciono. Il problema arriva quando uno è disposto a far qualsiasi cosa pur di arricchirsi. Personalmente sono stato fortunato, ho guadagnato parecchi soldi facendo esattamente quello che desideravo. Ma se un giorno dovessi scegliere tra il denaro e la musica non avrei dubbi: mi terrei la musica».

Dalle nuove canzoni traspare un forte senso di religiosità: in cinque brani nomini Dio, in due Gesù, in uno il Signore.
«Per me la fede è una ragione di vita, più passa il tempo e più diventa importante. Anni fa mi sono fatto tatuare sulla schiena la scritta "My heart belongs to Jesus", e questa è la pura verità: il mio cuore appartiene a Gesù Cristo. Io sono profondamente religioso e non passa giorno senza che ringrazi il buon Dio per tutto quello che mi ha dato».

Ci sono anche due canzoni contro la guerra, Back in Vietnam e I want to go home.
«La prima è una sorta di parallelo tra quello che sta succedendo oggi in Iraq e quello che è successo 40 anni fa in Vietnam: due gineprai che non portano niente di buono né all'America, né al mondo. La guerra è sempre stupida e causa solo morte e miseria. Ma anziché imparare dalla storia, l'uomo sembra compiacersi nell'uccidere i suoi simili. Altrimenti non si spiegherebbe come mai nella storia dell'umanità non ci sono mai state tante guerre come in questi ultimi anni».

A novembre gli americani dovranno scegliere un nuovo presidente. Tu per chi voterai?
«Ancora non ho deciso se appoggiare Hillary Clinton o Barack Obama. Mi vanno bene tutti e due, l'importante è che ci sia un cambiamento. Bush ha fatto tanti di quei disastri che le cose potranno solo migliorare, chiunque prenda il suo posto».

In A new door dici: "Adesso per te è il momento di aprire una nuova porta". Per andare dove?
«Non lo so, ma sono contrario a rimanere immobile. Credo sia importante perlustrare sempre nuove strade, provare nuove esperienze. Credo che qualsiasi cosa fai sia il riflesso di ciò che sei in quel preciso momento. Per me, almeno, è così. Tutti i miei dischi sono la testimonianza di ciò che stavo vivendo nel momento in cui li ho realizzati».

Anche stavolta hai fatto quasi tutto da solo: a parte un intervento al sitar di Anoushka Shankar in Bring it on suoni tu tutti gli strumenti. Non ti fidi degli altri?
«Figuriamoci: in giro ci sono musicisti straordinari e la lista di quelli con cui ho collaborato è lunga. Però ogni tanto voglio fare tutto da solo, così posso lavorare in piena libertà: non ho orari, appuntamenti, spiegazioni da dare».

Qual è il tuo strumento preferito?
«La chitarra. Ne possiedo circa 140, anche se alla fine quelle che uso sono sempre le solite 3 o 4. In studio la preferita è una Gibson Gold Tab del 1959: è tutta d'oro e ha un suono fantastico».



È vero che una parte di questo nuovo disco è nata in Brasile?

«Sì. A luglio sono andato lì per partecipare a Live Earth Brazil Mi sarei dovuto fermare pochi giorni, invece ho scoperto una fattoria a quattro ore di auto da Rio e ci sono rimasto quattro mesi. È stato fantastico: era in mezzo al nulla, a volte passavo due o tre giorni senza incontrare nessuno. Io non ho paura della solitudine. Anzi, spesso mi galvanizza: ho una casa minuscola a Eleuthera, l'isola delle Bahamas dove nacque mia madre. Ogni tanto ci vado, mi piace stare lì con i piedi a mollo e una chitarra in mano sotto il cielo stellato a comporre musica».

Hai spesso parlato di tua madre, meno di tuo padre. Ora gli hai dedicato una canzone molto accorata, A long and sad goodbye.
«Scriverla è stato come andare in terapia. Il matrimonio tra i miei genitori naufragò quando avevo 15 anni, da allora ho sempre odiato mio padre per il male che aveva fatto a mia madre tradendola in continuazione. Dell'ultimo incontro ho un ricordo terribile. Mamma gli domandò: "Non hai proprio niente da dire a tuo figlio?". Io mi aspettavo che rispondesse qualcosa del tipo: "Mi mancherai". Invece, disse soltanto: "Un giorno lo farai anche tu". Questo mi ha lasciato una cicatrice profonda, che mi ha impedito di riavvicinarmi a lui fino a poco tempo prima della sua morte, due anni fa. Ma alla fine ci siamo ritrovati e nelle sue ultime settimane di vita non facevamo altro che parlare».

Tu che padre sei?
«Spero di essere migliore di quello che ho avuto io. Qualche anno fa, quando il tribunale decise di affidare Zoe a me, a Miami vivevo in una casa piuttosto eccentrica. La vendetti per andare in un'altra più "normale", perché non volevo che mia figlia crescesse in un ambiente "strano". Io con lei non sono mai stato troppo rigido, però spero di averle insegnato qualche sano principio. In ogni caso ora ha compiuto 18 anni, quindi è libera di prendere le sue decisioni da sola».

È vero che nel giardino di casa c'è una grande statua di Miles Davis?
«È opera di un artista di colore che si chiama Ed Dwight. Gliel'ho commissionata perché sono un grande fan di Miles Davis. Quand'ero un ragazzino veniva spesso a casa nostra: mia madre e sua moglie erano grandi amiche e siccome Miles e io siamo nati lo stesso giorno, il 26 maggio, un paio di volte abbiamo festeggiato il compleanno assieme».

Parliamo ancora un po' della tua "rivoluzione". Qual è la tua ricetta?

«È piuttosto semplice: ogni vera "rivoluzione" deve partire da dentro, quindi ognuno di noi dovrebbe mettere l'amore al centro della propria vita. Se tutti facessimo qualcosa anche di molto piccolo, i risultati non tarderebbero ad arrivare e forse andremmo incontro a un mondo migliore. Qualcuno la chiama utopia, per altri è soltanto ingenuità. Ma a me piace crederci».

A proposito d'amore, una delle nuove canzoni s'intitola Will you marry me, e nel testo ripeti "Voglio fare questa cosa".
«Mi sposerei domani, se solo incontrassi la persona giusta. Certo, non posso certo lamentarmi, ho avuto storie con donne bellissime, a cominciare dalla mia prima moglie (l'attrice Lisa Bonet), con la quale è rimasto un bel rapporto d'amicizia. La nostra storia naufragò perché successe tutto troppo in fretta: il matrimonio, la nascita di Zoe, il successo, un tour che non finiva mai. Non ho rimpianti, evidentemente il buon Dio aveva deciso che dovesse andare così. Oggi se avessi la possibilità di avere una famiglia non ci penserei un istante. Ma il grande amore è difficile da incontrare».