"Piero Chiambretti"
Intervistato da Alessandro Robecchi per GQ
È entusiasta e orgoglioso, come è fiero di farmi visitare il suo ristorante. Perché, in effetti, la Cinquecento granata gli somiglia, a Piero, e pure il ristorante, E soprattutto le sue trasmissioni, che se uno le ripensa in ordine cronologico, dalle origini a oggi, ti dicono bene chi è Piero Chiambretti. Il quale chiede subito di poter fare una premessa.

Va bene: hai qualcosa da premettere?
«Ecco, grazie, "premesso che". Perché la cosa fastidiosa di un'intervista è che uno da l'impressione di parlare sempre di quelle cose lì. Parli della Cina, del buco nell'ozono, della televisione o del governo e dai l'impressione che stai sempre pensando a quello, passi per uno che pensa sempre alle cose che gli chiedono. Peggio ancora se uno parla di sé, allora sembra sempre che sia lì a palare di sé: "Io, io, io, io...". Bisogna dirlo quattro volte. Dunque sappiate, cari lettori, che qualunque cosa mi chieda questo qui, tra mezz'ora staremo per fortuna pensando ad altro».
Allora cominciamo da Torino.
«La numero uno. Ha una luce tutta sua. È una città con molti stimoli. Una volta, quando era una specie di dormitorio, c'era una grande volontà di venirne fuori con qualunque tipo di rivoluzione, più o meno intellettuale. Ma ora che la città partecipa, quelli che avevano svoltato in passato vengono molto coccolati. Io in città mi sento un piccolo eroe. Nessuno è profeta in patria, ma qui quando ritorni ti riconoscono».
Tu hai cominciato qui, però.
«Sì, tempi da pionieri, quando le radio private intravedevano la possibilità di fare tivù».
C'era un giovane matto, a Torino: girava per la strada con microfono e telecamera, quando tutta Italia guardava II pranzo è servito di Corrado...
«Ma a quei tempi non esistevano gli ascolti; però c'era la voglia di fare, e adesso ce n'è di meno. E poi sai, si parla molto di Rai Tre, di quello che ha rappresentato, e giustamente. Però è più difficile farla oggi che allora. In quegli anni c'era una prateria, non esisteva l'altra televisione, mentre adesso c'è quasi solo quella, tutti vogliono fare la stessa cosa».
Eppure quella Rai Tre, quella di Guglielmi, è stata per moltissimi la vera "nuova televisione".
«C'era il paradosso-Guglielmi: funzionava perché a capo della rete c'era un intellettuale che non capiva niente di televisione - non me ne vorrà, perché sa che lo amo come un padre. Quindi non aveva condizionamenti esterni, faceva quello che non c'era. Il non conoscere è diventata una voglia di conoscere. Lì, prima di Guglielmi c'erano le formiche che neanche s'incazzavano. Intendo i documentari sulle formiche, che almeno se s'incazzavano già diventavano un reality».
È sempre diffìcile parlare della tivù senza parlare del Paese, e viceversa. Viene da pensare che a quei tempi la situazione fosse migliore.
«Solo perché certe cose non erano successe, non perché i tempi fossero migliori. Quando raccontavo la politica io con le incursioni di Va' pensiero, nel 1987, c'era la prima Repubblica, i politici non erano ancora stati imposti dalla tivù, non la conoscevano. E non conoscendo la televisione cadevano in trappola facilmente. Questo era divertente per me e per gli spettatori, ma era anche una cartina di tornasole: quell'ingenuità faceva trasparire pregi e difetti. Ora succede spesso che quelli che risultano in tivù più simpatici e più buonisti sono spesso i più cattivi e i più paraculi».
Mutazione della politica a mezzo tivù?
«Ma non in quanto sposta-voti. Questo è successo, certo, ma ora non accade più. Piuttosto, la televisione ha trasformato i politici: l'obiettivo non è più il cittadino, ma il telespettatore. Questo ha cambiato i politici, e un po' anche la tv».
Confesso che ho sempre un po' di raccapriccio quando vedo i politici che fanno spettacolo.
«Invece credo che se lo sapessero fare davvero sarebbe meglio, soprattutto se fossero in grado di esibirsi fuori da uno schema fisso. D'altronde gli Stati Uniti ce l'hanno insegnato: il presidente che diventa attore... magari il prossimo alla Casa Bianca èTom Cruise».
O magari Clooney?
«O anche Penelope Cruz, visto il suo amico Almo-dóvar; sarebbe un'interessante apertura ai gay. Comunque: ormai la tivù è diventata centrale nei programmi di partito e del governo. Negli ultimi dieci anni ogni decisione che riguarda la tivù è più importante delle pensioni, della previdenza, delle cose serie, insomma».
Ne soffre più la tivù o la politica?
«Ma tutte e due! Questo però fa già parte del grillismo, sono cose che si sanno, che non vanno più nemmeno dette, hanno stufato. L'anti-politica esiste solo nel distacco dagli ideali e dalla vita di tutti. E d'altronde sfido chiunque a prendere trenta, quarantanni di fregature e crederci ancora».
Antipolitica, grillismo... dove stiamo andando a parare?
«Il fatto è che queste cose qui - il grillismo, i giro-tondini, i Dico e gli scout - sono momenti meravigliosi nell'istante in cui si manifestano. Poi spariscono, diventano degli happening, sembrano più un pigiama-party che una vera manifestazione. Alla fine i girotondini hanno solo comprato tanti chili di nutella».
Non c'è speranza?
«Tu ne vedi tanta?».
E quindi?
«Siamo a metà del guado. Solo che io sono piccolo e rischio di non toccare».
La tivù di adesso è come il Paese?
«Ne è una costola. Il Paese vero è un'altra cosa. Eppure è in grado di tirare grosse fregature, tanto che i rumeni, gli albanesi e gli altri che ci vedono con la parabola pensano che questo sia il posto dei guadagni facili».
A me sembra che ci sono solo noir, solo crimini, che se accendi la tivù ci sono solo assassini e gente che li cerca.
«Sì, ma anche tutta quella fiction è stata superata da Vespa e da Mentana, che sono veri professionisti del crimine. Credo che i loro progetti migliorili fanno ogni volta che in Italia c'è un delitto da prima pagina. Consiglierei di avere canali satellitari su cui proseguire il discorso, un prolungamento di Vespa e di Mentana sui canali crime, magari un day-time come i reality».
E tu intanto fai il varietà.
«Sì, ma io intendo il varietà come dice il vocabolario, un insieme di cose diverse. Mentre il varietà che si vede più spesso in tivù viene dal Gran Varietà, attinge dall'avanspettacolo, è una cosa diversa. L'unica cosa che non faccio è la cronaca nera, tutto il resto è plausibile: sia guardare dal buco della serratura che buttare giù la porta».
E il tuo trionfale Markette è l'ultimo capitolo di questa lunga storia, almeno per ora.
«Ogni programma ha dentro cose che hai scoperto e affinato negli altri. Considero Markette il mio miglior programma perché è l'ultimo, e le esperienze che ci sono dentro sono più numerose. È un percorso, concordato con la rete: poi si vedrà».
Come si dice a tutti quelli della Sette: «Poi si vedrà... la Rai».
«Ma no, la Rai oggi non riesce a coccolare nemmeno i suoi pezzi da novanta. Infatti vengono tutti alla Sette, non solo perché ha un pubblico attento a questi argomenti, ma anche perché è una rete che le cose te le fa fare».
Finisce che uno ha più visibilità con il 3 per cento alla Sette che con il dieci in Rai.
«Questo in realtà accade da tempo, e dipende anche dal fatto che la Sette è una tivù che coinvolge gli opinion leader, quindi se ne parla, si fanno le copertine, i forum».
Ah, la nicchia.
«Invece no, anzi! Bisogna togliersi dalla testa questa cosa della nicchia, che è solo un atteggiamento mentale. Io non ho problemi a passare dai minimi ai massimi dello share, come fu l'anno scorso a Sanremo per il Dopofestival. Il lavoro e l'impegno sono gli stessi, e tu devi adeguarti a quel che credi sia giusto fare lì. Proprio come succede quando apri un ristorante come il mio, nel centro di Torino, e capisci che è giusto chiamarlo Sfashion, non Fashion. Tutto va pensato dentro un concetto, nella televisione ma anche nel resto, nella vita. Devi metterci una tua griffe, perché quello, il tuo segno, se non lo trovi finisce che te lo mettono gli altri e tu sei sempre un pupazzo nelle mani di qualcuno».
Comunque, tutti vogliono fare la televisione. Non so se il Paese sarebbe in grado di sopportare migliaia di laureati all'anno in scienza della comunicazione.
«Sarà che qui c'è più comunicazione che scienza, perché da come vedo la situazione mi pare che in Italia ci sia molta comunicazione, ma poca scienza. Forse è una cosa più semplice: si tratta della facoltà più facile. Una volta si faceva economia e commercio: "Cosa farai da grande?". "Non lo so, intanto faccio questo"».
E intanto cosa c'è da fare? Di nuovo, intendo.
«Direi che la questione va posta in altri termini: "Cosa c'è da rifare?". Forse è il momento di guardarsi un po' indietro e di riprendere cose che sono state abbandonate. Per esempio, il mio personalissimo caso dice che dopo dieci anni in studio potrebbe essere il momento di tornare per la strada. Ma per ora sono fermo, mi preparo a riprendere Markette, che sarà diverso, e mi concentro sul carrozzone del Festival di Sanremo».
Perché tu sarai lì, al fianco di Pippo, la piramide di Cheope del nazional-popolare.
«Ma è giusto che sia così. Bisogna lavorare il Festival tenendo conto che ha le sue liturgie, che è quella cosa lì. Bisogna saper cucire gli interstizi e trovare un racconto e una continuità in spazi intermittenti. Il fatto è che fino alla prima puntata, all'esposizione, nessuno può dire niente. Sanremo è come la Sindone, tutto bene finché non la esponi. Quando la esponi, arriva subito lo scienziato da chissà dove a dire che è un lenzuolo di Frette».
Post scriptum. Quanto alla premessa, confermo che dopo l'intervista Chiambretti Piero da Torino ha parlato d'altro, ha pensato ad altro. Buonissima la panna nel caffè del suo ristorante, gradevole la passeggiata in Cinquecento color granata, bellissima la luce su Piazza Castello. Normale, senza interviste.
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