|
| |
Mickey
Rourke, un talento finito a cazzotti.
La
sua voce è roca e calda, profonda come quella degli
speaker radiofonici che, di notte, fanno compagnia a camionisti
e a infermieri di turno al pronto soccorso. Se squillasse
all’improvviso il telefono nel cuore della notte, non c’è
donna al mondo che non vorrebbe sentire quella voce “ sono
Mickey”. Mickey Rourke è stato il simbolo maschile
degli anni ’80. Carrè Otis, sua ex moglie, la donna
più invidiata della fine di quel decennio, anche quando
veniva pestata a sangue...
|
| _ _ _
|
| A
Hollywood esistono divi maledetti costruiti a tavolino e divi
maledetti sinceri, così sinceri da non riuscire a sopravvivere
nella Mecca del cinema, incapaci di mettere le briglie alla
loro ribellione anche sul set e nei ferrei cerimoniali mondani.
Alla seconda categoria appartiene l’attore-idolo degli anni
ottanta che ha scontato il suo caratteraccio con una carriera
accidentata, sospesa tra flop e capolavori, fendenti della critica
e allure snobistica della Hollywood che conta. "La realtà
è che ho cercato di battermi contro il sistema ma non
ci sono riuscito” dice Rourke. Battersi è da sempre la
sua ossessione, per strada, sul set di un film, a letto con
Carrè, e, unico luogo dove è congeniale farlo,
sul ring. Negli anni novanta si era convinto di essere un pugile.
Fa una decina di combattimenti, rimedia una commozione celebrale,
rifiuta la parte in Pulp Fiction di Quantin Tarantino “...non
avevo tempo di leggere il copione, avevo un incontro...”. Sbaglia
tutto, le prende dalla mattina alla sera sul ring e nella vita,
rifiuta copioni come “Gli Intoccabili”, “Highlander”, “Platoon”,
“ Rainman”. |
_ _ _ |
Si
ubriaca, si droga, si deprime. Uccide la sua popolarità,
il suo talento, il suo matrimonio. Lo abbiamo visto seduto al
tavolo di un famosissimo ristorante di Miami, era perso, sguardo
nel vuoto, in t-shirt bianca, troppo bianca, imbottito da ansiolitici,
psicofarmaci, e una quantità industriale di altre cose
immaginabili, l’unica che riusciva a catturare la sua attenzione
era Loki, la sua inseparabile cagnetta, un chihuahua insopportabile
e viziatissima. Mickey Rourke con un chihuahua? Non un doberman,
un mastino, massimo un bull dog, ma un chihuahua? Mickey Rourke?
Che gli anni ’80 siano strafiniti da tempo lo sapevamo già,
ma che si fossero portati dietro anche i suoi miti non lo speravamo.
Stanno cercando di recuperarlo, nel cinema qualche particina
importante gliela hanno fatta fare, il suo agente da tempo,
forse troppo, sta preparando il grande rientro. Ha smesso di
farsi prendere a sberle da qualche ex galeotto che cerca la
“redenzione” sul ring. Tutti lo ricordano straordinariamente
affascinante in “9 settimane e mezzo”, noi abbiamo negli occhi
la sensualità e mascolinità con cui in mezzo alla
strada avvolge in una sciarpa di caschmere Kim Basinger, protagonista
del film. La guarda e le dice: ”così non potrai mai dire
che non ti ho scaldato”. Scaldaci Mickey! Nel cuore della notte
alza la cornetta del telefono, chiama Guenda e dille “sono Mickey!”. |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|