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"L'italiano primo in classifica nel 2007?
Sergio Marchionne"
Mi chiedete qual è l'italiano primo in classifica nel 2007? Sergio Marchionne, l'uomo che ha ribaltato la Fiat e la sta facendo rinascere». Tobias Piller, il corrispondente in Italia del prestigioso quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, presidente dell'associazione stampa estera in Italia, non ha dubbi e aggiunge: «L'ho appena intervistato in esclusiva per la Germania».
A Piller fa eco Richard Heuzé, del francese Le Figaro: «II migliore è Marchionne. Una persona decisa, concreta, lucida e determinata». E la capacità di leadership di Marchionne ha fatto breccia anche in America. «Sicuro e deciso», secondo Stephan Faris, di Fortune. «Un vero leader che sa prendere le decisioni giuste e ha dato fiducia ai giovani talenti», per Barry Colleen di Associated Press. Un plauso che rimbalza fino all'altra parte del mondo: per Tetsuro Akanegacubo, del giapponese Shakai Shimpo, Marchionne è una vera eccellenza italiana. Tra i 50 e più giornalisti interpellati da Class, e che formano un'ideale giuria planetaria che va dall'America alla Cina, il genio italico, fatto di fantasia, pragmatismo, risolutezza, oggi è incarnato dall'amministratore delegato di Fiat Auto, l'uomo del rilancio economico e d'immagine dell'azienda torinese, che ha rialzato il pil italiano e ha legato il suo nome al successo immenso della Nuova Fiat 500, auto di culto anche nel 2008.
Marchionne, 55 anni, abruzzese, sposato con due figli, casa a Losanna in Svizzera, vince e convince perché dice e fa cose molto chiare e pratiche. Con il suo understatement è riuscito a sedurre, oltre ai corrispondenti del pianeta, perfino una città selettiva come Torino che lo ha eletto cittadino dell'anno. Proprio lui, un supermanager senza grisaglia e senza cravatta, che si è fatto da solo e che è nato in una piccola città centro-meridionale, che organizza le conferenze stampa in sala presse e affronta le situazioni anche più dure in prima persona. «Di Marchionne ci piace il fatto che non va nei salotti, non va alla prima dello Stabile, non lo si vede nel foyer del Teatro Regio», dice una signora della città che conta. Il suo modo di fare da sicurezza per i risultati che ottiene: il bilancio Fiat è risanato, la 500 è stata eletta Auto dell'anno. Questo abruzzese sorridente, che indossa maglioni a girocollo neri con minuscoli tricolori ricamati sulla manica perché si sente orgogliosamente italiano, ma ha studiato in Canada dove si è laureato in economia, giurisprudenza e filosofia, sa andare al cuore dei problemi, E il cosiddetto metodo Marchionne, fatto di riunioni informali ma operative, di capacità di creare un rapporto saldo con i collaboratori, sta facendo scuola. Marchionne è passato da uno stabilimento all'altro, Nord, Sud, Centro Italia, ha parlato con gli operai, ha raccolto richieste e segnalazioni. E alla fine si è fatto un'idea che suona più o meno così: se un operaio non riesce ad assemblare bene un pezzo della macchina è colpa del progettista che l'ha disegnata male. Un uomo pratico, colto, semplice e che non nasconde la necessità di avere una scala di valori, un'etica. Un'etica globale che deve guidare anche la poltica industriale fatta di joint venture e accordi sempre più internazionali del Gruppo Fiat. Oggi la Fiat ha ricominciato ad assumere, la sua immagine è migliorata e la stampa straniera ne parla bene. Attenzione, però, avverte Marchionne: «Se qualcuno si siede, gli tolgo la sedia di sotto. Guai fermarsi: bisogna cambiare quando le cose vanno bene». In questa intervista il Marchionne-pensiero.

Abbiamo fatto un sondaggio tra i corrispondenti esteri dei principali media stranieri: lei è risultato uomo dell'anno in Italia. II migliore del 2007. Che effetto le fa?
Senza offesa, sono più contento che la 500 sia stata eletta Auto dell'anno. Il prodotto per noi è tutto. Quanto a me, i riconoscimenti fanno piacere. Anche se credo che di questi tempi si tenda a personalizzare troppo. I battitori liberi da soli non risolvono una partita. Anche in Fiat è lo stesso. Il turnaround è stato possibile perché le donne e gli uomini che lavorano in Fiat, e sono I80mila in tutto il mondo, hanno preso in mano il proprio destino, hanno avuto il coraggio di cambiare le cose e di imprimere una svolta culturale che non si era mai vista. Il 2007 è solo il primo dei quattro anni di sfida che abbiamo di fronte. Finora si sono poste le basi per costruire lo sviluppo internazionale del Gruppo, e sarà una crescita senza precedenti nei 108 anni della nostra storia.
Quali dovrebbero essere, secondo lei, le caratteristiche della classe dirigente italiana chiamata a rilanciare l'immagine internazionale del nostro Paese?
L'Italia è stata spesso etichettata dall'estero come strutturalmente e cronicamente perdente. Penso ad alcuni titoli dell'Economist che non ci hanno reso molto onore, come «Arnvederci, dolce vita» e «Don't cry for me, Italia». In buona parte si tratta di pregiudizi. In alcuni casi è anche colpa nostra. Questo è un Paese che non sa volersi bene e deve imparare a farlo. Dobbiamo riconquistare dignità. Credo che bisogni guardare al futuro con ambizione e con più ottimismo. Non ottimismo fatto di vaghe promesse, ma di pochi fatti concreti. Dobbiamo soprattutto mantenere gli impegni presi. Tutti noi abbiamo la responsabilità di raggiungere gli obiettivi annunciati. Solo così potrà migliorare anche la reputazione della classe dirigente e sarà più facile per tutti decidere che cosa fare e come farlo. In Fiat abbiamo abbracciato questa filosofia. Se ci siamo riusciti noi, ce la può fare anche il Paese.
Lei ha dichiarato di apprezzare Sarkozy. Quali sono i requisiti necessari per esercitare un'autentica leadership?
Apprezzo Sarkozy perché è una persona pragmatica. Un uomo che non affronta i problemi in maniera ideologica. Ma questi sono solo alcuni aspetti della leadership. Parlare di leadership in Italia è difficile. È il concetto stesso che è difficile da spiegare. Credo che gli elementi chiave siano due: la capacità di gestire il cambiamento e di guidare le persone. Il cambiamento è ricco di opportunità e un vero leader deve saper far crescere le persone.
La leadership è una condizione essenziale per qualunque tipo di organizzazione, un Paese come un impresa. Perché, alla fine di tutto, è qualcosa che coinvolge, che trascina, che spinge verso obiettivi ambiziosi, che arricchisce le nostre vite.
Quale percorso suggerirebbe a un giovane manager che desidera affermarsi?
Non so se esista un percorso migliore di un altro. Non credo. Quello che conta è il modo di affrontare le cose. Ai giovani manager direi quello che raccomando sempre ai miei in Fiat, di rovesciare il tavolo ogni volta, di sfidare l'ovvio. Se seguiamo sempre le stesse strade, non solo diventiamo prevedibili ma corriamo il rischio che i concorrenti arrivino al traguardo prima di noi. Dobbiamo avere il coraggio di cambiare ogni giorno, anche quando sembra che tutto fili liscio. Se c'è una lezione che ho imparato in questi anni è che le cose bisogna cambiarle quando vanno bene, non quando non funzionano più. E molto più facile, meno costoso e meno doloroso.
Quanto conta per un manager avere esperienze internazionali, conoscere il mondo, incentrare culture diverse?
Moltissimo. E' uno straordinario modo per crescere in fretta, sia dal punto di vista professionale che personale. Permette di vedere le cose da angolazioni diverse. Ti allena ad avere quella flessibilità di cui parlavamo, a non essere prevedibile. Poi, diciamoci la verità, è bello potersi confrontare con gente diversa e vivere esperienze lontano da casa tua.
Quali sono, secondo lei, i valori che contano nella vita?
Quelli veri, quelli universali, quelli che dovrebbero essere di tutti. Avere valori forti aiuta a fare le scelte giuste. Credo che, alla fine, sia il modo migliore per dare un senso alla nostra vita. E questo discorso è ancora più valido per chi ha la responsabilità di gestire aziende e persone. Occorre sempre prendere le decisioni, le più facili e le più diffìcili, con cura, diligenza, e rigore, e con piena coscienza delle conseguenze che ne possono derivare.
Ha una sua personale classifica delle cose che la divertono e le piacciono della vita?
La vita mi piace in sé. Mi piace quello che faccio e non ho molto tempo libero per fare, come qualche volta vorrei, altre cose. Mi piacciono le cose semplici, magari anche banali. Tagliare il prato, camminare in montagna, mangiare con gli amici, ascoltare e raccontare barzellette. Mi rilassa ascoltare la musica, un po' di tutto, musica classica e grandi cantautori, italiani e stranieri. Mi piace giocare a carte. Lo faccio ogni tanto anche nei viaggi di lavoro, con i colleghi.
Che cosa vi giocate?
La vittoria. E la migliore posta in gioco.
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