"Quando l’organizzazione fa crack…are!"

Più di cento sfilate. Altrettante e oltre presentazioni. E poi appuntamenti, inaugurazioni, conferenze stampa, serate. Un'invasione barbarica senza precedenti. Con giornate da quattordici sfilate al giorno, una ogni 45 minuti. Matematicamente impossibile esserci, ovunque. Milano Moda Donna si apre oggi (e sino a sabato prossimo). In salita. «Così non va: è una pagliacciata», Stefano Gabbana e Domenico Dolce, che potrebbero tranquillamente tacere e farsi gli affari loro, non tacciono: «Va finalmente detto che si sta facendo un gran male alla moda italiana. Ci siamo ridotti a un circo senza senso dove i grandi sono sacrificati, i giovani non crescono e basta pagare per sfilare. Lo ha dimostrato un paio di anni fa l'episodio del falso stilista che riuscì a inserirsi nel calendario».
Per i comuni mortali state parlando di meccanismi incomprensibili: «È un po' come se nel campionato di serie A, a un certo punto s'inserissero squadre di B e C e interregionale » materializza Domenico. Addirittura? «Massì, senza fare nomi: non ha senso che sfilino tanti marchi, anche se grossi, di abbigliamento. Prontisti insomma. O meglio, avrebbe senso se ci fosse uno spazio per loro. Così tu sai che vai a vedere quella roba lì».
Fuori dai denti: «I grandi creativi italiani, e parliamo di almeno una quindicina di nomi, di nomi grossi, si sono ridotti a "concentrarsi" a sfilare in quattro giorni quando negli States, che sono quattro gatti quattro, si sono spalmati in otto giorni! Non solo. In questi quattro miseri giorni anziché intercalare un grande e un giovane, cioè il futuro. Ecco che in calendario ci sono un grande e tre prontisti! E no! Che senso ha? Quale immagine forte diamo, noi, che siamo per tutto il mondo simbolo di creatività? E ancora, perché costringere la gente a correre da un parte all'altra della città per esserci, nel giro di 45 minuti? Neppure il tempo di un bicchiere d'acqua. È civiltà questa?».

Dolce & Gabbana

Business o creatività, questo il dilemma... «Con le sfilate pensiamo in termini di creatività. Noi italiani siamo creativi, ma non ci crediamo. Siamo provinciali. Ascoltiamo le lamentele di certa stampa che dice che non vuole "soggiornare" a Milano più di quattro giorni. Ma chissenefrega. Siamo coscienti del fatto che dettiamo legge, che in un mondo globale gli abiti che pubblica Vogue India sono quelli di Vogue Usa e di solito di stilisti italiani si tratta? Apriamo un dibattito fra di noi: parliamone».
È che voi non siete esattamente tutti amici... «Assolutamente! Però perché non provare a essere almeno complici. Invitiamo i colleghi al dibattito, a prendere posizione. A uscire come noi fuori dal calendario!». E poi chi dovrebbe giudicare, chi? Da una parte i talenti e poi i creativi e prontisti e i bolliti? «Chiunque viva questo mondo sa. Capisce!».
Morale? «Un appello bipartisan, a Berlusconi e Veltroni, perché nei loro programmi, rivolgano anche qui uno sguardo, perché ci stiamo giocando le nostre vetrine nel mondo. E con loro non solo bilanci, ma pure posti di lavoro. Tanti posti di lavoro». Uno sguardo significa? «Che la smettano di considerarlo solo un settore di pizzi, merletti e frizzi e lazzi. Ben consci del fatto che ha grande peso sulla bilancia italiana per fatturati e creatività: proteggano questo business. Qualcosa deve cambiare. Forse pensando a qualcuno al di sopra delle parti che se ne occupi».
Il duo stilista chiude ricordando quando serie A, B e C esistevano per davvero: Milano Collezione, Milanovendoda e Modit: «Noi stessi "scalammo" tutte le categorie. Certo. Ora invece c'è solo una gran confusione. Apre, il primo giorno, una Valeria Marini, che noi adoriamo, e chiudono i giovani talenti. In mezzo noi.... Ha senso? O è una pagliacciata