"Steven Spielberg"

Facciamo un salto nel passato e torniamo al 1967: dov'eri durante la rivoluzione all'insegna di sesso, droga e rock&roll?
«Non c'ero. Ero completamente astemio. Collezionavo le colonne sonore dei miei film preferiti. Non fumavo erba e non mi facevo di Lsd, a differenza di molti miei amici... Lo so, sono una delusione (ride). Ero solo troppo occupato a girare film. Giravo cortometraggi alla California State University di Long Beach. Ero ossessionato dal fare film».

Quali altre questioni ti ossessionavano a quei tempi?
«Starmene alla larga dal Vietnam e ottenere voti abbastanza alti per prorogare la chiamata alle armi, cosa a cui aspiravano tutti gli studenti durante la guerra».

Se fossi stato chiamato, avresti indossato un'uniforme e preso tra le mani un'arma?
«La mia attività politica era innanzitutto fondata sull'autoconservazione. Avevo un avvocato che mi aiutava in questo e ho fatto quello che ho potuto, nel rispetto della legge, per non partire. Ma se avessi dovuto andare, lo avrei fatto. È la verità».

Le tue influenze musicali?
«Mia madre era una pianista che teneva concerti, sono cresciuto con Chopin, Schumann, Schubert, Brahms e Beethoven. Ho frequentato il liceo a Phoenix, in Arizona. Ero un ragazzino un po' indietro, musicalmente parlando. L'occasione per cambiare mi si è presentata quando me ne sono andato all'università. È allora che è uscito il White Album e sono diventato Beatles-dipendente. Era la prima volta che mi appassionavo a qualcosa considerato normale per un ragazzo della mia età (ride)».

La rivista Rolling Stone ti ha influenzato?
«Molto prima di Mtv, RS rappresentava la pietra di paragone del mondo della musica. Per alcuni aspetti, sono riuscito a conoscere meglio i miei gruppi preferiti leggendo RS che ascoltando la loro musica. RS ha realizzato una serie di storie di copertina su di me e sugli attori dei miei film. In particolare, ricordo la copertina con E.T. e lo strillo "È nata una stella". Ce l'ho ancora, è appesa nel mio ufficio alla DreamWorks».

Oggi nel tuo ufficio vedo appesa Rosebud, la slitta che appare in Quarto potere, il film del 1941 di Orson Welles ritenuto il miglior film americano. Ma che mi dici della tua generazione?
«George Lucas, Francis Coppola, Martin Scorsese e io facciamo parte della stessa generazione, quella del 1967. È in quell'anno che ci siamo incontrati».

Eppure avete modi diversi di affrontare il vostro lavoro. Tu sei stato quello che ha ridefinito il concetto di film con Lo squalo, nel 1975. Un successo clamoroso che ha cambiato l'industria cinematografica, portando la distribuzione dei film da centinaia a migliaia di schermi. Tu e George Lucas, che ha amplificato la mentalità blockbuster con la trilogia di Guerre stellari, siete accusati di tutte le cose negative successe da allora nel mondo del cinema: il merchandising, l'infantilizzazione del pubblico... Come ti poni rispetto a questo tipo di critiche?
«Le affronto senza prenderle sul serio e senza crederci, perché non mi porta a nulla. George e io abbiamo semplicemente girato film che ritenevamo potessero piacere al pubblico. A quel tempo, ci guardavamo negli occhi e ci chiedevamo: "E allora, Via col vento?" Perché non si parlava di quanto quel film avesse incassato nel 1939? Non abbiamo inventato noi i film sbanca botteghino».

Pauline Kael (critica cinematografica del The New Yorker, ndr) ha detto che «non è tanto quello che Spielberg ha fatto, quanto quello che ha incoraggiato», a proposito della regressione della cultura nella fantasia.
«Ammiro molto Pauline. Grazie a lei, le recensioni sono diventate divertenti da leggere. Ma ha torto. George e io non abbiamo creato ciò che lei afferma. È stata lei l'unica a pensare che quello che avevamo fatto fosse pericoloso. La gente ha finito col credere a quella teoria, per poi portarla a un livello più estremo».

Ma la tua inclinazione verso il fantasy, dallo Squalo a Indiana Jones e Jurassic Park, non ha finito per farti etichettare come un regista "tecnico", disinteressato all'arte?
«Non me ne scuso. La prima cosa che volevo fare, avendo la favolosa opportunità di essere un regista hollywoodiano, era divertirmi e condividere il mio divertimento col pubblico. Ho avuto molte possibilità di avvicinare l'arte con approcci più oscuri, ma le ho rifiutate perché mi trovavo in un momento differente della mia vita».

Cosa ti ha spinto verso luoghi più "neri", ad affrontare l'Olocausto in Schindler's List, la guerra in Salvate il soldato Ryan e il terrorismo in Munich?
«Col passare degli anni, ho avvertito la responsabilità legata a uno strumento così potente come quello della regia cinematografica. Comunque, oggi come allora, è un'esigenza che viene dal profondo. Ho girato Schindler's List per i sopravvissuti dell'Olocausto; Salvate il Soldato Ryan per i sopravvissuti della guerra come mio padre e i reduci che incontra ogni anno alle riunioni.
In Munich sollevo delle domande sulla lotta americana al terrorismo e sulle risposte date da Israele agli attacchi palestinesi».

Mentre crescevi, sei rimasto al riparo dalle questioni politiche?
«Tutt'altro. La prima cosa che mi viene in mente quando penso agli anni 60 è lo sbarco sulla Luna. La seconda è l'assassinio di John Kennedy a Dallas. Queste sono le immagini che per me definiscono gli anni 60, insieme alla crisi di Cuba. Ma ricordo anche i miei genitori discutere di integrazione. Martin Luther King, John Kennedy e l'Olocausto sono gli argomenti principali di cui si parlava a casa mia. Sebbene i miei genitori non lo abbiano mai definito "Olocausto"».

E come allora?
«"I Grandi Omicidi". So che suona un tantino melodrammatico. Per me ragazzino, la parola "omicidio" richiamava indiscutibilmente l'attenzione, così come la parola "nazista", come nella frase "i nazisti hanno ucciso gli ebrei, sarebbero venuti qui e lo avrebbero fatto anche in America se avessero vinto la guerra"».

Come avvertivi una simile minaccia?
«Ero pieno di paure, sono nato con mille nevrosi e credo che i film siano stati un modo per trasferire i miei orrori privati nella vita di tutti gli altri (ride). Più che di una fuga, si è trattato di un esorcismo. Sono davvero riuscito ad attenuare quegli incubi girando film di paura».

Erano i film che giravi da ragazzino?
«Quelli erano i film in 8mm. Il mio pubblico era composto principalmente dai miei familiairi e dai vicini. Ho tre sorelle più giovani che mi divertivo a paralizzare dalla paura. A scuola ero un po' uno sfigato, forse perché ero ebreo in un quartiere abitato per lo più da non ebrei. Inoltre ero uno imbranato, deriso a scuola dagli altri ragazzi per il suo hobby. Sono uscito da questa situazione nel momento stesso in cui ho preso in mano la macchina da presa, ho trasformato i bulli che mi assillavano nei protagonisti dei miei film amatoriali».

Hai reso protagonisti delle tue critiche anche altri bulli, come l'amministrazione Bush e la sua gestione della guerra in Iraq. Vedi all'orizzonte una figura politica in grado di cambiare le cose?
«La figura chiave sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti, sempre che lui o lei sia un democratico».

Con ogni probabilità, il nuovo presidente sarà un baby boomer come te. Cosa pensi che si dirà della tua generazione tra 40 anni?
«Sarà ricordata come simile a quella della corsa all'accaparramento della terra, quando i coloni piantavano picchetti per delimitare le proprietà e difenderle strenuamente. I nostri genitori hanno combattuto la Seconda guerra mondiale e hanno fatto del mondo una terra libera. E noi abbiamo goduto di ogni vantaggio grazie al sangue da loro versato sul campo. Siamo nati nella generazione in cui tutto era possibile e penso che abbiamo fatto grandi cose, anche se spesso non in collaborazione, ma più spesso per noi stessi, senza avere un piano dal respiro più ampio».

E il rovescio della medaglia di questa situazione?
«Proprio il narcisismo, collettivo e individuale».

Cosa ti preoccupa del futuro?
«Come ebreo, mi preoccupa il crescente antisemitismo nel mondo. Come padre, temo che i miei figli crescano in un mondo intrappolato nelle tenebre».

Oggi, quanti figli hai?
«Sette».

Sono intimiditi dal fatto che il padre sia una personalità così influente?
«I miei figli sono ben più coscienti di loro stessi di quanto non siano stati quelli della mia generazione».

Recensiscono i tuoi film?
«Certo! Appena li vedono. E non sempre li amano».

Secondo te, questa generazione ha una vita più facile in termini di unità familiare rispetto alla tua?
«È una generazione più critica. Oggi i ragazzi, grazie alla tv e a Internet, sono davvero in grado di gridare al mondo chi sono. Questo è il vero cambiamento rispetto agli anni 60. Inoltre hanno così tanto da offrire. Sanno più cose, sono più informati».

E qual è la cosa più importante che stanno facendo nel maneggiare questa informazione?
«Innanzitutto, si stanno riappropriando della tv. Credo che l'esplosione dei reality, in cui anch'io al momento sono coinvolto, sia davvero indicativa della gioventù americana, che è come se stesse dicendo: "Non ci accontentiamo semplicemente di guardarli, vogliamo essere protagonisti dei nostri programmi. Vogliamo che ci scopriate e ci facciate partecipare, che la tv sia incentrata su di noi". E poi penso che oggi tutto ruoti intorno a MySpace, agli sms, alla rivoluzione dell'iPod. Basta osservare il numero di persone che oggi guardano i reality in tv.
Non si può tralasciare quanto questo significhi a livello sociologico».

E per quanto riguarda la tecnologia?
A partire dagli anni 60, abbiamo assistito a ogni tipo di novità nel campo, dai video ai dvd fino ai download.

«L'innovazione ha reso i film portatili».

Eppure, sono certo che tu non abbia girato Jurassic Park o La guerra dei mondi perché venissero visti sull'iPod.
«I miei film sono girati per essere visti al cinema, perché credo nell'esperienza collettiva. Penso che la gente si diverta di più in compagnia di estranei».

E se fare film per l'iPod o per lo schermo dei computer fosse l'unica scelta?
«Cambierei il mio approccio al cinema, per avere più informazioni possibili da far stare in schermi così ridotti».

Pensi che dovrai farlo?
«L'industria cinematografica dovrà farlo, sia che io mi impegni o meno a realizzare un film in quel modo. Tutto ruota intorno a dove si concentra il profitto. Per me, fare film è innanzitutto una forma d'arte. Ma ora che possiedo una casa di produzione, e dopo aver diretto per 13 anni la DreamWorks, è anche un business che non posso ignorare».

Il business può finire per danneggiare l'arte?
«Sì. Poter scaricare i film sugli schermi più piccoli arrecherà senza dubbio un danno significativo all'arte secondo gli standard attuali. Ma chi può dire che un domani non ci saranno artisti in grado di creare per gli schermi ridotti? E allora avremo generato una nuova forma d'arte».

Quindi sei ottimista nei confronti di quello che ci riserva il futuro in questa nuova era digitale?
«Sì. Siamo diventati una nazione fast-food anche nel modo in cui consumiamo il divertimento. I ragazzi desiderano più cose: film da vedere sul grande schermo, ma anche i video di YouTube. In pratica, ci dicono che sono in grado di gestire il multitasking. Ci stanno dicendo: "Tu, Spielberg, sei antiquato, tutti voi, tu, Lucas, Coppola e Scorsese. Non sapete fare più cose contemporaneamente, noi sì, quindi vogliamo spazi più ampi per poter avere ciò che ci diverte"».

Perciò, senza rinnegare quello che tu rappresenti, possono sentirsi liberi di inventare cose nuove?

«Sì. E se inventassero qualcosa di grandioso, tutti noi saremmo pronti a seguirli».