"Tom Ford, il cinema e il pollo fritto"

«Ho scelto un mercato di nicchia per il mio marchio ? Forse, ma solo per cominciare». Tom Ford, 45 anni, direttore creativo di Gucci fino al 2004 ha appena finito di parlare al "Supreme Luxury-2007", la conferenza che International Herald Tribune organizza quest'anno a Mosca, ma prima di volare nuovamente a Londra accetta una chiacchierata in esclusiva con Il Sole-24 Ore. Ha appena illustrato al pubblico i destini di un settore in rapida evoluzione, quello del lusso supremo che a Mosca è cosa per pochi ma con risorse pressoché illimitate. Tendenza tipica dei mercati emergenti, d'improvviso a contatto con un boom infinito dopo una storia di privazioni. «Il concetto di lusso è cambiato – dice – è passato dall'essere qualcosa difficile da trovare in qualcosa difficile da mancare. C'è stata democratizzazione e forse anche imbarbarimento del lusso. A Los Angeles - aggiunge ridendo - ho trovato in un supermercato una confezione di pollo "fritto surgelato di lusso". L'evoluzione avverrà lungo due direttrici: una per i mercati emergenti con una clientela con esigenze più tradizionali e una per i mercati sviluppati dove il lusso sarà meno evidente, ma più ricercato. Sarà diretto ai servizi, al miglior godimento del proprio tempo. Un lusso più autentico e più profondo. Rispettoso, ad esempio, dell'ambiente».



L'evoluzione del concetto di lusso di cui ha parlato alla platea coincide anche con la sua personale evoluzione professionale. Ha lanciato un marchio maschile Tom Ford anche se in passato non lo considerava possibile?
Lo dicevo quando ero sinceramente convinto di restare per molto tempo da Gucci. Poi avrei potuto decidere di chiudermi nel mio ranch a giocare a golf e invecchiare. Invece ho sentito il desiderio di tornare a disegnare, a creare. Non volevo farlo per altri perché avrebbe significato tornare indietro. Guidare, ma anche lasciare Gucci con quanto sto realizzando ora, sono state le esperienze più importanti della mia vita.

Che non è solo moda ?
No. A marzo comincerò a girare il mio primo film. Sarò regista e co-produttore. Fare film è molto complesso, ma sono pronto. Sarà tratto da un libro di cui ho già i diritti. Ma non voglio aggiungere altro.

Nella sua vita precedente, alla testa di un gruppo delle dimensioni di Gucci e con i volumi di Gucci doveva contemperare la sua creatività con le esigenze di marketing. Ora con il suo brand si rivolge ad una nicchia di mercato. Si sente più libero?
Nicchia? Forse, ma solo per cominciare. Le logiche del marketing sono presenti, ma l'accento deve assolutamente essere posto sul prodotto. Se c'è qualità si vende da solo, se invece è frutto del marketing non vale niente. A Gucci lavoravo in una società che aveva una tradizione precedente a me e potevano esserci cose che non mi piacevano. Oggi è bellissimo entrare in un mio negozio e constatare che mi piace tutto. Ma non c'è ragione che mi impedisca di crescere su grande scala. Scendiamo le pareti della piramide partendo dall'alto: per consolidare un brand si deve per forza partire dal top.

Il suo è oggi un prodotto ultra esclusivo per uomini. Non le manca creare per la donna?
Sì, mi manca. Ma si sarebbe trattato di impegnarmi in quello che facevo prima. Ci sarebbe voluto molto tempo per ritornare a quei risultati.

Il Lusso in Russia ?
Fa un gran caldo qui dentro, non le sembra ? Per la Russia bisognerà fare solo bikini! Tra case, uffici, macchine non si è mai fuori. Battute a parte sono d'accordo con Suzy Menkes (Fashion editor dell'Herald Tribune e ispiratrice della conferenza annuale sul Lusso n.d.r.) quando dice che la Russia e anche la Cina, storicamente, hanno capacità di apprezzare il bello. In questo sono simili agli italiani. Lontani, invece, dagli americani.

La sua collezione qui sarà uguale a quella di altri Paesi?
No. Trovo noiosi i negozi uguali in tutto il mondo. In Qatar e Dubai dove abbiamo aperto, per esempio, ci sono dishdasha e sandali. Credo che la cultura locale debba essere rispettata e inglobata nella collezione.

I grandi conglomerati fanno bene o male alla moda?
Né bene né male. Sono inevitabili. Un esempio è Nicholas Ghesquiere. Ritengo che oggi sia lui la guida della moda femminile e per questo lo facemmo entrare nel gruppo Gucci.

Con Domenico De Sole resta il sodalizio di sempre ?
Assolutamente sì. In "Tom Ford" c'è un gruppo di 25 persone che erano da Gucci. Ci conosciamo alla perfezione e lavoriamo in perfetta sintonia.