"Il primo architetto donna vincitrice del premio Pritzker"
«Non si può ridurre la questione lavoro a un problema di genere maschile o femminile». Zaha Hadid lo dice e lo ripete. Lei è un architetto, punto. Essere donna, per di più irachena, sembra essere per la prima vincitrice rosa del Pritzker, il "Nobel" dell'architettura, un dettaglio come il colore dei capelli.
Quasi 60 anni di determinazione che «non proviene dalla mio sesso, ma dalla mia personalità» e che l'hanno portata dove è oggi: ovunque. Eppure il suo tocco così femminile e quelle forme sinuose e morbide che ricordano spesso il corpo di una donna, dominano tutti i suoi lavori, dalle posate agli edifici. «Bisogna re-inventarsi sempre – dice – e se proprio non ci riesci, allora devi re-inventare il tuo mondo».
Chissà se è nata così dura, Zaha, o se lo è diventata anche per motivi che oggi smentice con vigore: «Non credo che rimanga poi molto del classico stereotipo che vuole la professione dell'architetto legata al mondo maschile».

Zaha Hadid, prima donna architetto a vincere il premio Pritzker, la sua è una vittoria per tutte le donne?
Il Pritzker è per me il riconoscimento di un percorso rischioso cominciato molti anni fa. Se poi la mia vittoria ha minato le basi della tradizionale egemonia maschile, è presto per dirlo.
Adesso che è conosciuta in tutto il mondo, crede che l'essere donna possa in qualche modo favorirla?
Si può essere contemporaneamente una donna araba e un architetto moderno, i due ruoli non si escludono e la parcella è unica. La mia professionalità è il risultato di tutto quello che è successo nella mia vita. Non si può ridurre la questione lavoro a una questione di genere maschile o femminile. Non credo che rimanga molto dello stereotipo che vuole la professione dell'architetto legata al mondo maschile. Guardiamo le università: se tante ragazze si iscrivono ad Architettura, qualcosa vorrà dire. Certo non tutte poi lavorano, ma in parte è selezione naturale. Siamo lontane dai tempi in cui le donne lavoravano solo nel tessile.
Lei, cittadina del mondo, crede che il ruolo della donna professionista cambi a seconda dei Paesi?
Non credo. E poi non sento di appartenere a un unico luogo. Devi re-inventarti sempre e, se non ci riesci, devi re-inventare il tuo mondo. È stato il mio carattere estroverso e non il mio sesso a darmi la determinazione necessaria per riuscire nel lavoro. La mia lotta è stata lunga e durissima. I primi tempi bisogna essere maniaci del lavoro e se è necessario lavorare anche di notte, il che richiede grande concentrazione e grande ambizione. E una determinazione che non c'entra niente con l'essere donna.
Ci sono donne architetto tra i suoi modelli?
Sì, la modernista italiana Lina Bo Bardi.
Quante donne lavorano nel suo studio?
La metà del nostro studio è composto da donne
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